Monday, September 29, 2014

Macaronic English Part 1


My son in Naples
I’m going to tell you something that will make your head spin. My half-Irish half-American New Zealand-born son speaks Italian like a Neapolitan. And sometimes I think this reality makes his head spin a little too.

Ora vi dico una cosa che vi farà girare la testa. Mio figlio, mezzo irlandese e mezzo americano nato nella Nuova Zelanda, parla l’italiano come un napoletano. E a volte credo che questa sua realtà faccia girare la testa pure a lui.

Italian is practically his mother tongue, since I’ve spoken it to him exclusively since he was born. This linguistic experiment worked so well that when he was three I had to translate everything he said to our English-speaking friends, family, neighbors, to shopkeepers, strangers in the park. But now that he’s at school, his English has caught up…almost.

L’italiano è praticamente la sua madrelingua, dato che gli ho parlato esclusivamente in italiano da quando è nato. Questo sperimento linguistico ha avuto talmente successo che quando aveva tre anni io dovevo tradurre in inglese tutto quello che diceva ai nostri amici e famigliari, negozianti e sconosciuti nel parco. Ora però che frequenta a scuola, il suo inglese ha raggiunto gli stessi livelli…quasi.

My six-year-old sometimes speaks macaronic English, as broken and full of false friends and grammatical approximations as if he were an immigrant to the Bronx, fresh off the boat from Naples. Since I’m a trained English teacher, I find this particularly endearing. Here are some examples:

Mio figlio di sei anni qualche volta parla un inglese maccheronico – pieno di falsi derivati e approssimazioni grammaticali – come se fosse un immigrato al Bronx appena sbarcato da Napoli. Siccome sono insegnante d’inglese di professione, lo trovo particolarmente accattivante. Eccone alcuni esempi:

“That’s the car of Jake.” È la macchina di Jake. = That’s Jake’s car.
“They’re abituated.” Sono abituati. = They’re used to it.
“a free day” un giorno libero = a day off
“Someone’s russing.” Qualcuno sta russando. = Someone’s snoring.
“lessons of swim” lezioni di nuoto = swimming lessons
 
“nothing of nothing” niente di niente = nothing whatsoever

So adorable I wouldn’t dare correct him!

Così tenero che non oserei correggerlo!


 

Monday, September 22, 2014

I remember those shoes


(In Matera) before babies: when I still had my
memory, my figure, and those cool brown shoes
Since the birth of my first son, my memory has been terrible. I forget people’s names, who said what, and whom I’ve already given some big news to. I’ve even forgotten that – allegedly – I attended a U2 concert with my husband, and I’m not 100% sure I’ve ever been to London.

Da quando è nato il mio primo figlio, ho una pessima memoria. Dimentico i nomi delle persone, chi ha detto cosa, e a chi ho già dato qualche grande notizia. Ho perfino dimenticato che – a quanto pare – ero presente con mio marito ad un concerto di U2, e non sono certa al cento per cento di essere mai stata a Londra.

            But for some reason I have a detailed memory for all the shoes I’ve ever owned. The delicate shoelaces of those two-tone shoes. The cat spunk on those beige suede boots, the way my right ankle always ached in them. The sound of those wooden clogs slapping against the kitchen tiles. The loose buckle on those burgundy Forties sandals, the way the sand would get caught at the edges. Perhaps it is as novelist Orhan Pamuk puts it in The Museum of Innocence – love is attention to detail…in addition to compassion.

            Ma per qualche motivo ho una memoria dettagliata per tutte le scarpe che ho mai avuto. I lacci delicati di quelle scarpe a due tonalità. Il piscio di gatto su quegli stivali di camoscio beige, il modo in cui indossandoli la mia caviglia mi faceva sempre male. Il rumore che facevano quegli zoccoli di legno quando sbattevano contro le mattonelle della cucina. La fibbia allentata di quei sandali bordeaux stile anni quaranta, il modo in cui la sabbia rimaneva intrappolata ai bordi. Magari è proprio come dice lo scrittore Orhan Pamuk nel suo romanzo Il museo dell’innocenza – l’amore è la cura dei dettagli…oltre alla compassione.

Why is it that I can’t remember what I was doing in Guatemala in the late nineties but I can recall the shoes from my entire life? Maybe it’s because I spent so much looking down at all the small things before me – the grass, the mosaics, the shells – and therefore I formed memories of my shoes because they were always pasted into those little scenes.

           Ma perché non mi ricordo che ci facevo in Guatemala negli anni novanta ma riesco a ricordarmi tutte le scarpe della mia intera esistenza? Forse è perché ho passato tanto di quel tempo a guardare giù alle piccole cose che avevo davanti – l’erba, i mosaici, le conchiglie – e quindi ho formato ricordi delle mie scarpe che erano sempre incollate in quelle minuscole vedute.

In fact, it was while looking down at my shoes at the age of nine that I understood I wanted to be a writer. I was walking home from school and looking at the cracks in the sidewalk and the weeds breaking through. I suddenly became aware that I was describing those cracks and weeds to myself, as if carefully choosing the words for a story, and that this was something I’d done forever.

Infatti, era proprio mentro guardavo le mie scarpe all’età di novi anni che capii che volevo fare la scrittrice. Stavo facendo la strada di casa dopo la scuola guardando le crepe nel marciapiede e le erbacce che ci prorompevano. All’improvviso mi resi conto che stavo ineffetti descrivendo a me stessa quelle crepe e quelle erbacce, come scegliendo accuratamente le parole per un racconto, e che questo era una cosa che facevo da sempre.

Sometimes shoes are not just shoes, but epiphanies!
          
           A volte le scarpe non sono solo scarpe, ma epifanie!

Wednesday, September 10, 2014

Hoping for gold


          
I hope you don't mind, David Neale
of the Golden Smith Shop, that
I used this picture of your stunning ring
           I’m particularly passionate about true stories. That’s why sometimes I feel uncomfortable about the blurred lines between fiction and nonfiction in my own (unpublished) memoir. That is, what I wrote is all true, but at times for dramatic effect I bent the truth, and by leaving out many events within the narrative arch, I compressed time.

Sono particolarmente appassionata di storie vere. Perciò a volte mi sento a disagio con le linee sfocate tra fiction e nonfiction nelle mie memorie (inedite). Cioè quello che ho scritto è tutto vero, ma a volte per effetto drammatico ho piegato la verità, e tralasciando molti avvenimenti nell’arco narrativo, ho compresso il tempo.

            However, reading the afterword to Lucy Grealy’s memoir Autobiography of a Face (HarperCollins, 1994), I was struck by these words written by Ann Patchett:

Però leggendo la postfazione alle memorie di Lucy Grealy, Autobiography of a Face (HarperCollins, 1994), mi hanno colpito queste parole di Ann Patchett:

            “In the right hands, a memoir is the flecks of gold panned out of a great, muddy river. A memoir is those flecks melted down into a shapable liquid that can then be molded and hammered into a single bright band worn on a finger, something you could point to and say, ‘This? Oh, this is my life.’”

“Nelle mani giuste, le memorie sono pagliuzze d’oro setacciate da un grosso fiume fangoso. Le memorie sono quelle pagliuzze fuse in un liquido malleabile che può essere poi foggiato e martellato per fare un singolo anello splendente da portare al dito, qualcosa che potresti indicare per poi dire, ‘Questo? Ah, questo è la mia vita.’”

I hope I achieved this!

Spero di esserci riuscita!

Tuesday, September 2, 2014

Coffee luck


         
            I never win anything – the lottery, but not even the Easter hamper to win at my son’s preschool. It might be because I never buy tickets. But since I started writing my blog, I’ve won a whopping three things:

Non vinco mai niente – il lotto, ma neanche il cestino della Pasqua in regalo alla scuola materna di mio figlio. Sarà perchè non compro mai biglietti. Ma da quando ho iniziato a scrivere il mio blog, ho vinto ben tre cose:

            1. A package of Lavazza Oro coffee (for participating in an initiative on the Lavazza website). 2. A blue coffee cup from from the wonderful Noemi Cuffia, writer of the blog Tazzina di Caffè. 3. And – just last week – a twenty-dollar voucher to spend at La Bottega, a new Italian café in Kingsland, Auckland.

1. Un pacchetto di Lavazza Oro (per aver partecipato a un’iniziativa del sito web della Lavazza). 2. Una tazzina di caffè blu dalla stupenda Noemi Cuffia, scrittrice del blog Tazzina di Caffè. 3. E – la settimana scorsa – un buono da venti dollari da spendere alla Bottega, nuovo bar pasticceria italiano in Kingsland, Auckland.

            Do you see the common thread? And I don’t even drink coffee! Well, I did drink it for many years during my university spell in the paradise of coffee (Naples), both as a social ritual and as my drug of choice for the long nights staying up studying…until my guts protested, “Ok, that’s enough now.” Nonetheless, my love for coffee (though I only allow myself one occasionally) has never died.

          Vedete il filo comune? Eppure io non bevo il caffè! Cioè, l’ho bevuto per molti anni durante il mio soggiorno universitario nel paradiso del caffè (Napoli), sia come rito sociale sia come droga di preferenza per le lunghe nottate di studio…finchè le mie povere budella hanno protestato, “Ora basta però.” Ciò nonostante il mio amore per il caffé (bensì concesso saltuariamente) non si è mai spento.

            Now, the nice thing about the voucher that I won – in Italian this sounds like a great title for a novel Il bello del buono, is that just a few days prior my beautiful friend Flavia, from Rome, had brought over some pastries she’d gotten at La Bottega café.

Ora, il bello del buono che ho vinto – oh come mi piace ‘il bello del buono,’ sarebbe un bel titolo per un romanzo – è che, pochi giorni prima, la mia bellissima amica Flavia, di Roma, mi aveva portato dei dolcetti comprati proprio al caffè La Bottega.

            So, with my lips covered in pistachio cream, I said to her, “These are so good, Flavia, what a flash from the past!”

           E io, con le labbre spalmate di crema al pistacchio, le ho detto, “Che buoni che sono, Flavia, proprio un tuffo nel passato!”

            “Why don’t you go back to La Bottega?” she asked. I had only been there once with her to get a croissant, a Sicilian cannolo, and a cappuccino, while my kids drenched their T-shirts in warm milk and licked crumbs off the floor.

          “Perchè e non ci torni alla Bottega?” mi ha chiesto. C’ero stata soltanto una volta con lei, a prendere un cornetto, un cannolo siciliano, un cappuccino, mentre i bambini si inzuppavano le magliette di latte caldo e leccavano briciole da terra.

            “You know,” I replied, “the cost of living in Auckland is already so high and I have two kids to feed. But you know what I’ll do? As soon as I find a literary agent for my manuscript, I’ll take my husband to La Bottega and we’ll stuff ourselves with croissants and coffee!”

Sai com’è,” le ho risposto, “la vita ad Auckland è già così cara e ho due figli da sfamare. Ma sai che faccio? Appena trovo un agente letterario per il mio romanzo inedito, porterò mio marito alla Bottega e ci abbuffiamo di cornetti e di caffè!”

            Does it seem to you like pure chance that the following week I won the Bottega voucher? Will this be my year?

Vi sembra puro caso che la settimana dopo ho vinto il buono alla Bottega? Sarà questo il mio anno?