Sunday, May 13, 2018

Dimmi che non sono pazza


Dimmi che non sono pazza. Dalla nascita dei figli mi vengono delle piccole crisi, momenti di semi-svenimento in cui sento un violento abbassamento della pressione e il replay di una canzone in testa e sono paurosamente spaesata, come se rivivessi una giornata un po’ deprimente già vissuta una settimana o un mese fa. Dopo la crisi, non riesco a ricordare né il titolo della canzone né che giorno è. Il neurologo pensò all’epilessia ma lui non capisce niente: Google sa benissimo che sono emicranie silenziose, cioè aura senza mal di testa, e che uno dei fattori scatenanti è il consumo di cioccolato. Dimmi che non sono pazza a preferire il dolore al delirio, e il cioccolato ogni tanto a una vita completamente priva di vizi.

Tell me I’m not crazy. Ever since my kids were born I’ve experienced little episodes, moments when my blood pressure drops so violently I feel I’m going to faint and then I hear a song replayed in my head and I feel frighteningly disoriented, as though I were reliving a slightly depressing day from a week or a month ago. Afterwards, I can’t remember what song it was or what day it is. The neurologist said it might be epilepsy, but he doesn’t know what he’s talking about: Google knows full well that my episodes are silent migraines, that is, aura without pain, and that one of the triggers is chocolate. Tell me I’m not crazy to prefer pain over hallucinations, to prefer the occasional piece of chocolate over a life completely devoid of vice.

Dimmi che non sono pazza. Circa un anno fa mi sono risvegliata di notte fonda. Ho avuto perfino il tempo di maledire la mia vescica, quindi ero perfettamente, scorbuticamente sveglia. Ero girata di lato e, aprendo ora gli occhi, ho visto, proprio all’altezza della faccia, una bolla dorata. Era proprio come una bolla di sapone, iridescente e translucida, e proprio come una bolla si muoveva, ruotando dolcemente, ma sembrava uscita dall’oro liquido ed era grande grande come quelle bolle che fanno i clown. Mi sono spaventata a morte. In quel instante la bolla, come se colta in flagrante in chissà quale attività notturna, ha cominciato a fluttuare verso il soffitto. Su su su su lentamente ma secondo me il più veloce che poteva, finché non si è dissolta nell’oscurità. Sono sobbalzata dal letto e corsa come una forsennata per la casa che dormiva – ma no, non c’erano luci accese che potessero essersi infiltrate nella mia stanza, non c’era nemmeno la luna. Dimmi che non pazza a pensare che una bolla possa essere dotata di bontà e di volontà.

Tell me I’m not crazy. About a year ago I woke up in the middle of the night. I even had time to curse my bladder, so I was perfectly, grumpily awake. I was turned on my side and as I opened my eyes I saw, at the height of my face, a golden bubble. It was just like a soap bubble, iridescent and translucent, and it moved just like a bubble, rotating gently, but it looked like it had been blown from liquid gold and it was big and fat like the ones clowns make. It scared the bejeus out of me. In that instant, the bubble, as if caught red-handed in who knows what nocturnal activity, began to float towards the ceiling. Up up up it went, slowly but I think it was going as fast as it could, until it melted into the darkness. I jumped out of bed and ran like a mad woman around the sleeping house – but no, there weren’t any lights on that might have slipped their light into my room; there wasn’t even a moon. Tell me I’m not crazy to think that a bubble might possess the quality of goodness and the will to act.

Dimmi che non sono pazza. Di recente ho fatto un sogno bellissimo. Ho sognato di avere un senso alla mia esistenza, di aver trovato il mio dono e il modo di regalarlo agli altri. Mi sono svegliata e ho pensato che non era affatto un sogno ma la mia vita vera, e che per non svegliarmi mai da questa realtà avrei volentieri rinunciato al cioccolato, e altro ancora, per il resto della mia vita.

Tell me I’m not crazy. Recently I had a wonderful dream. I dreamed that my life had a purpose, that I’d found my gift and the way to give it away. I woke up and thought that it wasn’t a dream at all but my real life, and that if it meant I’d never have to wake up from this reality I’d happily give up chocolate, and more, for the rest of my life.

Monday, March 19, 2018

Non dormo la notte


Photo by Mavrik

Non dormo la notte perché penso allo spazio. Non nel senso dell’universo sconfinato, che mi turba comunque parecchio, ma lo spazio che lo scrittore dovrebbe lasciare al lettore. Cioè, è meglio in un romanzo portare per mano il lettore, renderlo partecipe di tutti gli alti e bassi col rischio di soffocarlo, scrivendo “Per l’emozione non toccai cibo, nonostante il timore di offendere la padrona di casa”? Oppure è meglio scrivere in maniera più elegante ed enigmatica, col rischio di creare confusione, “Lasciai le polpette sul piatto”? Riflessioni sui generi letterari che portano inevitabilmente a riflessioni sul genere, sul classico divario tra il modo in cui le donne e gli uomini si esprimono. E chi dorme più?

I can’t sleep at night because I start thinking about space. Not space as in the boundless universe, which freaks me out too, but the space that a writer should give to the reader. That is, is it better to take the reader by the hand, involve them in all the ups and downs at the risk of smothering them by saying, “I was too shaken to eat a thing, despite fearing I would offend the hostess”? Or is it better to write more elegantly and enigmatically, at the risk of confusing the reader, “I left the meatballs on my plate”? Such thoughts relating to literary genres inevitably lead to thoughts about gender, the classic divide between the way women and men communicate. And how am I going to get to sleep now?

Noi mamme cerchiamo di insegnare ai figli piccoli, martellandogliela in testa, la necessità di interrogarsi per individuare i propri sentimenti e di esprimerli all’amico col cuore in mano. Non si picchia, non si morde: si parla. Noi donne abbiamo perfezionato l’arte della comunicazione empatica: ci raccontiamo certe cose! Ma chiunque abbia mai vissuto con un uomo sa che lui, rientrando ad esempio dopo una giornata di lavoro, ha bisogno dei suoi spazi. E magari una birra.

We moms try to teach our little ones, by beating it into them, how important it is to dig deep inside and name your feelings so that you can express them to a friend with your heart on your sleeve. No hitting, no biting: use your words. We women have perfected the art of empathetic communication: oh, if you were a fly on the wall when we get together! But whoever has ever lived with a man will tell you that what he needs, say, after coming home from work, is his space. And maybe a beer.

Quanto invidio gli uomini. Lo spazio maschile lo immagino come il viaggio dell’astronauta, un’avventura nell’ignoto, in un luogo aperto a mille possibilità, mille domande, mille invenzioni. Lo spazio come ellissi, i tre puntini prima del Big Bang; lo spazio come potenzialità, inquietudine, la forza motrice dell’universo. L’uomo sa istintivamente che se dici troppo hai giocato tutte le tue carte, che pronunciare parole può anche depotenziarti. Capisce il potere del silenzio.

How I envy men. I picture what a man does with his space as what an astronaut does venturing into the unknown, into a place open to a thousand possibilities, a thousand questions, a thousand inventions. Space as ellipsis, the three dots before the Big Bang; space as potential, restlessness, the driving force of the universe. Men know instinctively that if you say too much you’ve played all your cards, that uttering words can also weaken you. They understand the power of silence.

A me risulta (ma potrei anche sbagliarmi) che in Italia vengano svalutati i romanzi dove gli stati interiori dei personaggi sono così ben sbudellati da far sì che il lettore non possa più prendere le distanze necessarie per sperimentare le proprie reazioni e trarre le proprie conclusioni. Libri così non sono abbastanza simbolici, si dice, e quindi non incidono nella mente del lettore, non sono duraturi. Nonostante siano bestsellers o candidati a premi letterari, non sono letteratura. E come dargli torto?

It seems to me (but I could be wrong) that critics in Italy don’t think much of novels where the characters’ inner lives are so well dissected that the reader can no longer distance themselves enough to experience their own reactions and draw their own conclusions. Books like these are not symbolic enough, they say, and therefore don’t leave a mark on the reader’s mind nor on the times. Even if they’re bestsellers or have been nominated for literary awards, they’re not literature. It’s hard to disagree.

Però gli stessi critici ammettono, con una certa vergogna, che questi scorrevoli romanzi li hanno divorati. Divorati come si divora un intero pacco di unte patatine, ma soltanto perché trasportati controvoglia dall’autore, perché la gola gli ha fatto perdere il senso della misura, il senso di sé. Si sentono come violentati dalle emozioni altrui, scaraventati in un mondo trash da reality show, coinvolti emotivamente contro la propria volontà. Un’abbuffata di cui pentirsi, come il sesso senza amore, una lettura che non nutre l’anima.

But these very same critics admit, with some shame, that these novels were so engaging that they devoured them. Devoured like the way you demolish a pack of greasy potato chips, but only because their hands were tied by the author, because gluttony made them lose their sense of proportion, their sense of self. They feel almost raped by other people’s emotions, thrown into a trashy reality TV show, emotionally involved against their will. They pigged out and now regret it. Like sex without love, such books don’t feed the soul.

Eppure ho l’impressione che, se ad accorciare indecorosamente le distanze è stato uno scrittore maschio, si tolleri di più. Non so. In ogni caso, non potrebbero essere validi tutti e due gli stili di comunicazione nello stesso libro? Il yin e il yang, una danza tra il detto e il non detto? Avvicinarsi e allontanarsi, come sul filo precario del dormiveglia. Sapere quando parlare, e quando tacere.  

And yet I get the impression that there’s more lenience if the writer who got so indecently close to the reader was a man. I’m not sure. In any case, couldn’t both of these communication styles be valuable within the same book? Yin and yang, a dance between the spoken and the unspoken? Moving in close and moving away, balancing on the thin line between wakefulness and sleep. Knowing when to speak, and when to be still.

Saturday, February 17, 2018

Crisi

Vicino a casa mia c’è una spiaggia. A marea alta è una cartolina, un po’ sbiadita, ma quando il mare la denuda è una distesa di fango appiccicoso che ti vernicia i piedi di nero e sputa fuori piccole conchiglie taglienti.

Near where I live there’s a beach. At high tide it’s a postcard, though a little faded, but when it’s stripped of the sea it’s a stretch of sticky mud that paints your feet black and spits out sharp little shells.

C’ero andata un giorno di inizio primavera con un’amica. I nostri figli allora avevano solo tre anni, si godevano ancora una selvaggia nudità. Ero incinta di tre mesi e avevo la pancia già gonfia, le guance già luminose, le articolazioni del bacino già sofferenti a stare all’indiana sulla sabbia un po’ umida. L’acqua era argento che si spalmava svogliatamente sulla sabbia, il fango veniva alla luce. Il mare si stava ritirando, quasi non sentivo più il suo respiro. Noi mamme parlavamo della vita, e mi ricordo che le dissi, “Quest’è?”

I’d gone there one day in early spring with a friend. Our children back then were only three years old and still loved being naked savages. I was three months pregnant and my belly was already swollen, my cheeks already glowing, my hip joints already struggling to sit cross-legged on the slightly damp sand. The water was silver spreading itself lukewarmly on the sand, the mud was coming out. The sea was retreating, I could barely hear it breathe. We two moms were talking about life, and I remember saying to her, “Is this it?”

Fino a quel momento la Nuova Zelanda non mi era mai sembrata l’esilio che era bensì una cura, una disintossicazione. Ma quel giorno mi sembrò di vedere nel mare solo la piattezza, nel orizzonte solo l’illusione – non è veramente un punto d’arrivo ma solo l’inizio del resto di niente. Avevo smesso di scrivere, il mio romanzo nel cassetto mi pareva brutto e immaturo. Ora i figli dovevano colmare ogni vuoto.

Up till that moment New Zealand had never felt like the exile that it was, but rather a cure, a detox. But that day it was like I was seeing the sea for what it really was, a flat expanse, and the horizon for what it really was – not actually something to strive for but just the beginning of the rest of nothing. I had stopped writing and my novel in the drawer seemed badly written and immature. Now my children would have to fill every void.

La crisi più brutta è proprio questa, l’assenza di lacrime. La settimana dopo durante l’ecografia, scoprii che il bimbo che portavo dentro era gravemente malato, e lo abortii.

This is the worst kind of breakdown: the absence of tears. The following week during an ultrasound, I found out the baby I was carrying was gravely ill, and I had an abortion.

Saturday, January 27, 2018

La parola è un bacio


Foto di Francesco Escalona
Per me, scrivere una parola è come baciare la persona che ami. È la capacità di catturare e racchiudere con la bocca la bellezza del mondo. Perché sì, il mondo è immondo ma anche straordinariamente bello: l’odore di un temporale in arrivo, i riflessi dei lampioni sulla strada bagnata. Miracoli di ogni giorno che non si ripetono e che senza l’amore ti sfuggono.

For me, writing a word is like kissing the one you love. It’s the ability to capture with your mouth and hold onto the beauty in the world. Because, let’s face it, the world is a cruel place but also exceedingly beautiful: the smell of a storm rolling in, the streetlights reflecting off a wet road. Everyday miracles that can’t be repeated and that you wouldn’t notice if it weren’t for love.

Questo è il bacio che ti nutre, perché nel medesimo istante che lo dai, ricevi in egual misura. È il bacio che sfama, che fa passare il bisogno di mangiare. Anzi, il cibo finisce per farti schifo perché la tua bocca è fatta per l’immortalità, non per l’inutile fare e disfare della quotidianità.

That’s the kiss that nourishes, for at the very same time that you give it, you receive in equal measure. It’s the kiss that feeds you to the point where you won’t need to eat. Food almost disgusts you because this mouth of yours is made for immortality, not the meaningless doing and undoing of daily life.

La notte non trovi pace. Pensi alle parole che hai scritto, ai baci che hai dato e avuto, riassaggi e riassapori ognuno. Al buio ti ingrippi pure: ne valuti l’autenticità, ti giudichi troppo o poco spinto. Pensi alle cose che non hai pronunciato, agli angoli segreti che non hai osato sfiorare con le labbra. Ti rigiri nel letto, scontando le ore nere e appiccicose come melassa per avere un’altra alba, un’altra opportunità per rimediare. È un bellissimo tormento.

At night you’re restless. You think about the words you wrote, the kisses you gave and received; you relive and savor each one. In the dark you get hung up about where you were truly truthful, or you start to think you went too far or not enough. You think about the things you didn’t say, those secret corners you didn’t dare brush your lips across. You toss and turn, counting down the hours, as dark and sticky as molasses, until you get another dawn, another chance to make things right. It’s a pleasurable torment.

Se ogni parola è un bacio, allora un libro è l’innamoramento. Perdi la testa, ti sciupi, tutto il resto ti sembra distrazione. Eppure ne sei felice; addirittura ne temi l'inevitabile fine. Perché sai che quando ne sarai privato la vita perderà gusto.

If every word is a kiss, then a book is like falling in love. You’re swept off your feet, you waste away, all else feels like distraction. But you’re happy and you even fear when it will inevitably come to an end. Because you know that once it’s been taken away, life won’t taste the same.

Wednesday, November 29, 2017

Il mare di Castellammare / The sea in Castellammare

The Gulf of Naples from space (ESA/NASA)
A sedici anni il mare di Castellammare mi pareva un grande lago, io che di mari conoscevo solo il rabbioso Atlantico, eppure in un modo o un altro quel lago era riuscito a devastare uno dei suoi castelli. L’acqua leccava gli scogli dove mi piazzavo con un quaderno ad abbozzare quel rudere, sospeso sulla superficie vitrea dell’acqua come un miraggio. Le anguille non le disegnavo, ma trovavo ribrezzo e insieme piacere ad osservare sotto di me l’orgia dei loro corpi neri e oleati. Anche la sabbia era nera, luccicava come la notte. Però a Castellammare c’erano anche le spiagge di sassi – ciottoli caldi come panini che mi arrotondavano i sandali e producevano una piccola melodia ogni volta che l’acqua distrattamente ci passava sopra. D’estate quelle spiagge erano a pagamento e forse per questo si poteva andare topless. Io no. Ci voleva tutta la mia volontà solo per spogliarmi e restare in bikini. Ero, a quanto pare, una falsa magra.

To my sixteen-year-old eyes that had only ever known the angry Atlantic, the sea in Castellammare looked like a big lake, yet one that had nonetheless managed to topple over one of its castles. The water licked the boulders where I sat with a sketchpad drawing what was left of it, a ruin gliding like a mirage over the surface of the glassy water. I didn’t sketch the eels beneath me, but it was creepily enjoyable to watch the orgy of their black, oily bodies. The sand was black too; it twinkled like the night. But in Castellammare there were pebble beaches too – warm mounds that rounded the soles of my sandals and made a little melody every time the water distractedly washed over them. In the summer you had to pay to use those beaches: maybe that’s why you could go topless. Not me. I had to muster all my willpower just to strip down to my bikini. Apparently, I looked skinny only with my clothes on.

Dopo che mi misi con Franco, facevamo lo struscio in Villa Comunale, sul lungomare. Incrociavamo altri giovani camorristi, come il guappo che si spalmava il burro in faccia per accelerare l’abbronzatura e che, pure di sera alla luce soffusa della cassa armonica, aveva il volto lucido come un pollo appena sfornato. Il quartiere di Franco, Scanzano, era a pochi passi da là, ma con i suoi palazzi disastrati da secoli di frane e faide sembrava lontanissimo dal mare, e per arrivarci ci mettevamo in moto. Gli stringevo la vita abbondante, la moto partiva con uno scatto impaziente e subito la salsedine nei capelli si perdeva nel freddo umido dei vicoli serpeggianti. Superavamo il basso dove abitava con l’anziana madre malata, fino a un appartamento disabitato che non aveva nemmeno la corrente. Lì al buio facevamo l’amore, e dopo spesso Franco si faceva un pianto. Non mi disse mai il perché, mentre gli bevevo le lacrime salate, ma credo fosse per un suo amico morto ammazzato. Quando un giorno senza spiegazioni mi lasciò, ripresi a guardare il mare da sola, tramonti belli e sanguinanti come arance siciliane.

After I got together with Franco, we’d go for a stroll along the promenade. We’d run into other young Camorra recruits, like the poser who used to butter his face for a better tan and who, even by the soft light of the bandstand, looked as crisp as a baked chicken. Franco’s neighborhood, Scanzano, was a stone’s throw from there but, with its buildings in ruins from centuries of landslides and feuds between clans, it seemed a world away from the sea, and we’d hop on his motorcycle to get there. I’d wrap my arms around his thick waist, his motorbike would jerk forward impatiently and right away the salt in my hair would blow off into the cold damp of those winding backstreets. We’d ride past the ground-floor room he shared with his sick mother, all the way to an uninhabited apartment that didn’t even have power. There in the dark we’d make love, and often afterwards Franco would cry. He never did tell me why, as I drank his salty tears, but I think it was because a friend of his had been shot dead. After he broke it off one day, without explanation, I went back to watching the sea on my own, sunsets as intense as blood oranges.

Il fine settimana Mamma Rita mi portava in penisola, a Vico Equense o Sorrento. Da quella realtà parallela, il golfo si mostrava una perla nera, profumato e nero nero come inchiostro di seppia. Era talmente bello da farmi venire la malinconia, una che non si poteva spiegare…e nemmeno nominare in località così chic. La gente beveva e rideva, e io restavo in silenzio tentando di bucare con gli occhi l’impenetrabile superficie dell’acqua. Ogni tanto la agitava un’imbarcazione, lasciando una scia striata di luci gialle come elettrocardiogrammi. Dall’altra parte del golfo c’era Napoli. Semmai osavo alzare gli occhi, la città, avvolta in un alone arancione, mi fulminava con lo sguardo. E ogni volta il mio cuore impazziva all’idea che stesse lì ad aspettarmi.

On the weekends Mamma Rita would take me down the peninsula, to Vico Equense or Sorrento. From that parallel reality, the gulf showed its true colors. Dark as squid ink and sweet-smelling, it truly was a black pearl, so beautiful that it made me feel sad. It was a reaction I couldn’t explain…or even admit to in such fashionable spots. People around me would be drinking and laughing and I just stared out at the water trying to see through its impenetrable surface. Once in a while a boat would go by, shaking up the surface and leaving in its wake waves of yellow lights like electrocardiograms. On the other side of the gulf was Naples. Whenever I dared lift my gaze to look at the city burning orange in the night, it would glare back at me. And each time my heart would go wild thinking that it was just there waiting for me.

 (Leggi il primo capitolo del mio romanzo inedito Perduti nei Quartieri Spagnoli https://heddigoodrich.blogspot.co.nz/p/chapter-1.html)

Tuesday, November 21, 2017

Il sole di Napoli / The sun in Naples


(Foto di Eunice Franchi www.viaggiatore.com)
Il sole di Napoli è oro liquido. C’è chi ha, e chi non ha. Il centro storico ne ha poco per difetto di nascita, e abitarci è come stare chiusi dentro una casa di carte. Balconi e lenzuoli appesi sono accatasti uno sopra l’altro oscurando il cielo. I palazzi quasi si appoggiano l’uno all’altro e, come se non bastasse, sono legati insieme da cavi elettrici e panni stesi e traiettorie di dialetto insofferente. È un buio genetico, non esiste una cura.


The sun in Naples is liquid gold. There are the haves and the have-nots. The historical center, by its very being, has very little of it, and living there is like being inside a house of cards. Balconies and hanging sheets are stacked one upon the next blocking the sky. The buildings very nearly lean into each other and, if that weren’t enough, they’re tethered together by electrical wires and laundry and trajectories of dialect between fed-up neighbors. It’s a genetic darkness, there’s no cure.

Ai piani inferiori si sta come in una sala d’attesa. La luce fluorescente presta un alone anemico ai mobili, esagera la rozzezza dei lineamenti. Ti toglie l’abbronzatura, la bellezza, la dignità umana. Senza la meridiana del sole, non sai mai che ore sono, e l’umidità ti accarezza le ossa con le sue gelide mani nodose. La giornata che passa è un’opportunità persa, come una dormita pomeridiana dalla quale ti risvegli stordito e pentito.


Homes on the lower floors are like waiting rooms. The fluorescent lights bathe the furniture in an anaemic glow and highlights your worst features. It robs you of your tan, your beauty, your human dignity. Without a sundial to go by, you never know what time it is, and the dampness strokes your bones with its cold, knobbly hands. The day wastes away, a missed opportunity, like an afternoon nap that you wake up from full of confusion and regret.

Ma già al terzo piano l’attesa è premiata. Una volta al giorno arriva il sole, come un amante che mantiene la sua promessa, posando sul tavolo della cucina una barra di oro puro. È un regalo che ti ricorda che vivi in una città dove come per incanto piove solo di notte, dove il mare sembra argento e le palme ananas, e dove la gente va in giro con un tesoro racchiuso nel petto. È la conferma abbagliante di tutto ciò che intuivi sin dal primo momento: che Napoli è il segreto meglio custodito al mondo. Ma prima di poterlo intascare, quell’oro si è già sciolto, slittato sulle mattonelle e storpiato in un rombo frastagliato, rosicchiato dal buio. La pepita che rimane ti vola dalle mani come una lucciola.

But already on the third floor, your patience is rewarded. Once a day the sun turns up like a lover who keeps a promise, laying a bar of pure gold on your kitchen table. It’s a gift that reminds you that you’re living in a city where magically it rains only at night, where the sea looks like silver and the palm trees like pineapples, and where people walk around with a treasure hidden in their chests. It’s dazzling confirmation that everything you sensed about Naples from the beginning was true: it’s the best kept secret in the world. But before you can pocket that gold, it slips off onto the tiles on the floor, warping into a rhombus whose edges are gradually eaten away by the darkness. The tiny nugget that’s left flies out of your hand like a firefly.
Agli ultimi piani, in cima a sei o sette aerobiche rampe di scale, il sole abbonda per chi ne ha meno bisogno: studenti universitari fuori sede e altri fricchettoni sani di corpo (e un po’ meno di mente) che fanno una vita da vampiri. Il sole è sprecato su di loro come pure la giovinezza. Ma prima o poi la luce del sole abbandona anche l’ultimo piano abusivo, scorrendo sulle facciate dei palazzi come un’aranciata succhiata da una cannuccia. Alla fine resta solo aria. Ma non ti preoccupare, domani rivedrai il sole di Napoli, il più bello di tutti i soli, privo di filtri e carico di speranze. Perché il sole, come il napoletano, si rialza sempre.
On the top floors, at the end of six or seven aerobic flights of stairs, there’s plenty of sun for the very ones who don’t need it: out-of-town university students and other freaks who are healthy in body (but less so in spirit) and who live like vampires. The sun, just like their youth, is wasted on them. Yet sooner or later the sun deserts even the top floor, sliding up the facades of the buildings like orange soda being sucked up through a straw. In the end, all that’s left is air. But don’t worry, tomorrow you’ll see the sun that shines over Naples, the most beautiful of all suns, unfiltered and burning with hope. Because the sun, just like Naples itself, always rises again.
 
(Leggi il primo capitolo del mio romanzo inedito Perduti nei Quartieri Spagnoli https://heddigoodrich.blogspot.co.nz/p/chapter-1.html)
 

Wednesday, November 15, 2017

Quartieri Spagnoli fine estate / end of summer


(Foto di Francesco Escalona,
autore di Giallo tufo [Valtrend, 2011])
Se stai soffrendo le pene d’amore, non c’è posto migliore dove stare dei Quartieri Spagnoli di Napoli. Pure il quartiere conosce l’abbandono, e ti compiange. I vicoli ti stringono in sudaticci abbracci di condoglianze. Le campane delle chiese suonano in una malinconica chiave minore. I venditori ambulanti cantano addolorati, “Maruzzielle! Maruzzielle!”, lasciando dietro di sé una scia di acqua salata.

If you’re lovesick, there’s no better place to be than the Spanish Quarter in Naples. It’s a ghetto that’s been left behind too, and it feels for you. The narrow streets are tight, clammy hugs of condolence. Church bells ring off key. Street peddlers call out mournfully, “Sea snails! Sea snails!” leaving behind their carts a trail of salt water.

Tu invece le lacrime le soffochi, perché i Quartieri non ti lasciano mai solo con il tuo dolore. Dai balconi arrivano sfuriate, pianti, risate amare. I passanti ti accarezzano con gli occhi. Cammina cammina, sopra basoli vulcanici che sono lucenti e butterati come caramelle sputate. Anche durante il piccolo lutto della siesta, il ticchettio solitario delle tue scarpe fa comparire sull’uscio dei bassi le casalinghe, proprio come la pioggia tira fuori i lombrichi. Non dicono niente, non c’è bisogno. Chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato.

But you hold your tears back because the Spanish Quarter won't let you suffer alone. The balconies overflow with fighting, crying, bitter laughter. Passers-by stroke you with long glances. Keep on walking, over volcanic street slabs as shiny and pockmarked as sucked candies. Even during the brief bereavement of the siesta, the pitter-patter of your lonely shoes brings housewives to their ground-floor doorways like the way the rain brings out the worms. They don’t say anything, there’s no need to. What’s done is done.

Il quartiere di storie ne ha viste. E la fine era inevitabile, i segni premonitori già c’erano. Erano scritti negli avvisi funebri che si spellano come vecchi cerotti, e nello spray nero proprio sotto casa: Tonino mi manchi. Nell’intonaco che fatica a cicatrizzarsi dai vecchi terremoti, e nel tufo giallo sotto, il cuore friabile dei palazzi che si sgretola tra le dita. Non hai visto i segni, eh va buo’, è normale. Le calamità succedono quando meno te le aspetti, proprio sul più bello.

The Spanish Quarter has seen it all. And the end was inevitable, the signs were all there. They were written in the funeral posters peeling off like old bandages, and in the words spray-painted in black outside your building: Tonino, I miss you. It was written in the plaster split by old earthquakes and never fully scarred over, and in the yellow tufa stone beneath it, the crumbly heart of the buildings that falls apart between your fingers. You didn’t see the signs, but that’s no surprise. Disaster strikes when you least expect it, at the very best part.

(Leggi il primo capitolo del mio romanzo inedito Perduti nei Quartieri Spagnoli https://heddigoodrich.blogspot.co.nz/p/chapter-1.html)