Sunday, August 14, 2016

One Two Blue

I get to write only after my two young boys are asleep. By the time I sneak away from their bunk bed, the sun has drained away, and the moon is rarely out working its magic, and honestly speaking often I’m tired. Tired like only moms can be, like a rag on the floor. So sometimes I just need a little inspiration to get started on my creative writing, something stronger than white tea or dark chocolate.

Posso scrivere soltanto dopo che i miei due maschietti si sono addormentati. Quando finalmente riesco a sgusciare via dal loro letto a castello, il sole si è ormai spento, e la luna raramente esce per fare la sua magia, e sinceramente spesso sono stanca. Stanca come lo possono essere soltanto le mamme, come uno straccio per terra. Allora a volte ho bisogno di un po’ di inspirazione per cominciare a scrivere, qualcosa di più forte del tè bianco o del cioccolato fondente.

My inspiration is a mantra. Three, actually. They get the brain thinking sideways until milk and honey are spilling like a full moon across the floor of my study, and instead of phrases I get strings of pearls. If these mantras appear nonsensical, it’s because you’re thinking with your brain, like a grown-up. Because they were uttered, in Italian, by a three-year-old not yet spoiled by the world.

La mia ispirazione è un mantra. Anzi, tre. Conciliano il pensiero laterale finché latte e miele non si versano come una luna piena sul pavimento dello studio, e invece delle frasi mi vengono fili di perle. Se questi mantra sembrano controsensi, è perché stai pensando col cervello, come un adulto. Perché sono stati pronunciati, in italiano, da un bambino di tre anni non ancora corrotto dal mondo.

1) It’s the trees that blow the wind. My little boy pointed this out to me one very gusty day as I was pulling him out of his car seat. The trees around our house were shaking like pompoms, actually they were shaking themselves and creating a great deal of wind in the process. That day the wind kept going until the trees finally decided to stop blowing.

1) Sono gli alberi che fanno il vento. Mio figlio piccolo me l’ha fatto notare in una giornata ventilata mentre lo tiravo fuori dal seggiolino auto. Gli alberi intorno casa nostra si agitavano come pompon, ineffetti si scuotevano da soli, producendo così un bel po’ di vento. Quel giorno il vento ha continuato a soffiare finché gli alberi non hanno deciso di smettere.

2) One two blue. Yes, why can’t a color be a number, especially if it’s your favorite? All wonderful things should be listed and counted, without ugly boundaries between them.

2) Uno due blu. E infatti, perché poi un colore non può essere un numero, soprattutto se è il tuo colore preferito? Tutte le cose belle dovrebbero essere elencate e contate, senza brutte distinzioni tra di loro.

3) Carrots get can itchy too. Having dermatitis, my three-year-old knows a thing or two about itches. And about scratching them, with nails, with a hair comb, with just about any rough object. It’s a consolation to know that carrots also feel itchy sometimes and that there’s a simple solution: grate them.
 
3) Anche le carote soffrono di prurito. Essendo afflitto da eczema, mio figlio di tre anni ne sa qualcosa di prurito. E anche di come allievarlo grattando, con le unghie, con un pettine, con qualunque oggetto ruvido. Si consola nel sapere che anche le carote soffrono di prurito ogni tanto, con una soluzione molto semplice: grattugiarle.


More inspiration: white tea and Noemi Cuffia

Friday, July 29, 2016

Walk the walk

Photo by Andrea Haffner (www.andreahaffner.com)
When I first realized that I was writing in my head, I was looking down at my shoes gliding over the concrete pathway at my school, and it was a beautiful thing. Cracks raced like lightening bolts, brown fall leaves let out satisfying crunches, and weeds demonstrated that can-do attitude I was supposed to be developing. I thought everybody wrote sentences in their head describing the world around them, and I didn’t know that “writer” was a job. I was nine and my shoes were blue.

L’attimo in cui mi resi conto per la prima volta che scrivevo delle frasi in testa, guardavo le mie scarpe che scorrevano sopra il sentiero di cemento a scuola, e fu bellissimo. Crepe sfrecciavano come fulmini, foglie d’autunno marroni emettevano scricchiolii soddisfacenti, ed erbacce dimostravano quell’atteggiamento intraprendente che la scuola cercava di inculcarmi. Pensavo che tutti quanti scrivessero frasi in testa descrittive del mondo circostante, e non sapevo che “scrittore” fosse un mestiere. Avevo nove anni e le scarpe blu.

Later those feet would take me up the crater of Mt Vesuvius, between the columns of the Acropolis in Athens and the temples of Angkor Wat, and to the blue edge of a glacier in New Zealand. I have had the good fortune in life to walk and walk and walk. Yet the closest I’ve come to an actual pilgrimage was the Sentiero degli Dei high up on the Amalfi Coast. And the only thing truly spiritual about it – besides the mind-bending views and death-defying path hewn out of the cliff – was the pack of butter cookies I left at the end as on offering on the steps of the San Domenico convent.

In seguito quei piedi mi portarono sul cratere del Vesuvio, tra le colonne dell’Acropoli di Atene e i templi di Angkor Wat, fino all’orlo blu di un ghiacciaio neozelandese. Nella vita ho avuto la fortuna di camminare, e tanto. Ma l’unico percorso che ho mai fatto che assomiglia a un pellegrinaggio è il Sentiero degli Dei, sui monti della costiera amalfitana. E l’unico aspetto davvero spirituale – oltre alle viste strabilianti e il sentiero, scolpito nella roccia, che sfida la morte – fu ineffetti il pacco di biscotti al burro che infine lasciai in dono sui gradini del convento di San Domenico.

Nothing like the pilgrimage of an Italian woman I’ve recently befriended. After once blurting out that if she ever managed to graduate from Bologna University she would walk the Via Francigena to Rome, Daniela is now walking that walk. A pilgrimage in medieval times, the road for her is the fulfilment of an impulsive promise to her young self – and aren’t impulses sometimes the most direct, unfiltered route to the wider universe? In this very moment, Daniela is beginning her 500-km walk of the Via Francigena, from Lucca to Rome, to raise funds for the grounds behind the basilica of Saint Francis in Assisi. To help plant an olive tree in this peaceful spot, make a donation at https://gogetfunding.com/danielas-volunteer-trip/ or visit Daniela’s blog http://aromaapiedi.blogspot.co.nz/ .

Niente a che vedere con il pellegrinaggio di una donna italiana che ho conosciuto di recente. Dopo che le scappò di bocca la promessa che, se mai fosse riuscita a laurearsi all’Università di Bologna, avrebbe percorso la Via Francigena fino a Roma, ora Daniela parla con i fatti…o con i piedi. Un pellegrinnagio nel medioevo, il percorso per lei è il mantenimento di una promessa fatta d’impeto a se stessa anni fa – e non sono a volte gli impulsi la via più diretta, più libera al vasto universo? In questo stesso istante, Daniela sta iniziando un percorso di 500 chilometri a piedi  lungo la Via Francigena, da Lucca a Roma, facendo una raccolta fondi per il Bosco di San Francesco d’Assisi. Per aiutare a piantare un ulivo in questo luogo di pace, puoi donare qua https://gogetfunding.com/danielas-volunteer-trip/ oppure visitare il blog di Daniela http://aromaapiedi.blogspot.co.nz/ .

Why do we walk? To see our world, to meet fellow travellers, to carve out a parenthesis of reflection in the tornado of our lives? Nel mezzo del cammin di nostra vita, Halfway down the road of life, wrote Dante in 1309. And isn’t life itself just like that, a road, a walk? An x to an x with no map and no clear purpose, with a lot of head-scratching and blisters and heartbreak in between, and yet we do it anyway.

Perché camminiamo? Per vedere il mondo, incontrare compagni di viaggio, creare una parentesi per riflettere nel mezzo del tornado della vita? Nel mezzo del cammin di nostra vita, scrisse Dante nel 1309. E non è proprio così la vita, una via, un cammino? Una x fino ad un’altra x senza una mappa e senza uno scopo preciso, con tanto di smarrimento e vesciche e miseria, eppure lo facciamo lo stesso.

Apparently, on the Way of Saint James (or Camino de Santiago) pilgrims greet each other with the word Ultreia, meaning “onward” or “let’s go further,” followed by the reply Sesuia, meaning “let’s go higher.” I like this. And I think that if life is a walk, we should be saying this to each other in everyday life. Not hi or see you later but onwards and upwards, encouraging each other along this rocky, teetering path. Ultreia, sesuia! For it is only on this walk that we might be able to find some gem of truth, maybe hiding in a crack, a leaf, the weeds.
 
A quanto pare, sul Camino de Santiago i pellegrini si salutano con la parola Ultreia, che significa “avanti” o “andiamo oltre,” seguita dalla risposta Sesuia, che significa “andiamo più in alto.” È una cosa che mi piace. E credo che, se la vita è un cammino, dovremmo parlarci così nella vita quotidiana. Non salve o ci vediamo ma avanti e più in alto, incoraggiandoci lungo questa via rocciosa e vacillante. Ultreia, sesuia! Perché è solo lungo questa strada che potremmo trovare qualche gemma di verità, magari nascosta in una crepa, una foglia, tra l’erbaccia.

Wednesday, July 6, 2016

My muse

Amy Winehouse
If you’re wondering, and you’re probably not, why I haven’t written in a while, well, you can blame it on my muse. She came in a tornado of words and then left me wasted. I feel so used.

Se ti stai chiedendo, e probabilmente non è il caso, perché non scrivo da un po’, beh, puoi dare la colpa alla mia musa. È arrivata in un vortice di parole per poi lasciarmi sfinita. Mi sento usata.

According to a Woody Allen film I watched last night, behind the literary ambitions of male writers with small testicles is a beautiful young woman, a real-life muse. To write well, I too need a muse, and although mine is not of the flesh-and-blood kind, she is definitely a woman. Something between a goddess and a diva, an Amy Winehouse of sorts, my muse is fine-boned and no-nonsense, fragile and sexy, an old soul on the verge of a nervous breakdown.

Secondo un film di Woody Allen che ho visto ieri sera, dietro le amibizioni letterarie di scrittori maschi dai testicoli piccoli c’è una bellissima donna giovane, una musa nella vita quotidiana. Pure io per scrivere bene ho bisogno di una musa, e anche se la mia non è una in carne ed ossa, è senz’altro femmina. Un incrocio tra dea e diva, una specie di Amy Winehouse, la mia musa è di lineamenti sottili e modi non negoziabili, è fragile e sexy, un’anima che dopo tante reincarnazioni si trova sull’orlo di una crisi di nervi.

She arrives in a balmy storm, the edge of a Pacific cyclone, and whispers tingling phrases into my ear. As I cook the kids pancakes, she bosses me around until I run to the chalkboard to get it all down. She follows me to the playground or the zoo, and I end up with words tattooed up my arms until I can get home. In the dark on the verge of sleep, my muse creaks open the curtains and breathes into my hair, and the only way to get her to leave is to get up and bathe in the blue light of the computer. It’s all exhilaration and alliteration, music and diamonds; it’s like being in love. A few recent blasts of her have left only the bones of my original manuscript and fleshed it out in her likeness.

Arriva in una tempesta calda, l’orlo di un ciclone nel Pacifico, e sussurra parole che mi vibrano nell’orecchio. Mentre preparo le frittelle ai bambini, lei mi comanda a bacchetta finché non corro alla lavagna per annotare il tutto in gesso. Mi segue fino al parco giochi o allo zoo, e finisco con le braccia tatuate di parole fino al rientro a casa. Al buio nel dormiveglia, la mia musa apre uno spiraglio della tenda e mi sospria nei capelli, e l’unico modo per scacciarla è alzarmi per immergermi nella luce blu del computer. È tutta eccitazione e allitterazione, musica e diamanti, è come essere innamorati. Sono bastate poche di tali raffiche recenti perché lei lasciasse soltanto le ossa del mio manoscritto originale e lo rimpolpasse nella sua immagine.

Her abrupt departure leaves my hair tied in knots, my eye make up smudged, the sky flat. She is to blame for my subsequent migraines, low blood pressure and iron deficiency. And I’m counting the days till I can see her again.

La sua partenza improvvisa mi lascia con i capelli annodati, il trucco intorno agli occhi sbavato, il cielo appiattito. Do la colpa a lei per le mie successive emicranie, pressione bassa e carenza di ferro. E sto contando i giorni che mancano al suo ritorno.

Wednesday, June 8, 2016

Matters of the heart


Photo by Daniela Benemerito
The only way to truly put an end to that dream I was dreaming called The Endless Summer was that good old stingy slap called The Southerly Wind. That heartless wind straight off the South Pole that reminds us why it is that New Zealand is home to the little blue penguin. Thanks for that, I’m awake now.

L’unico vero modo di porre fine a quel sogno che stavo facendo di nome L’estate infinita era ineffetti un bello schiaffo pungente di nome Il Vento del sud. Quel vento senza cuore proveniente direttamente dal Polo Sud che ci ricorda il perchè in Nuova Zelanda ci vive il piccolo pinguino blu. Grazie mille, sono sveglia adesso.

But on Saturday my little family braved the playground. By the slide I touched my youngest boy’s hand and said, in Italian, “Your hands are cold.” Then I remembered what everybody in Naples used to say whenever they happened to grab my hand: Cold hands, warm heart. Never was a truer word said of this romantic, anaemic girl.

Ma sabato scorso la mia famigliola si è avventurata al parco giochi. Accanto allo scivolo sfiorando la mano di mio figlio più piccolo ho detto, “Hai le mani fredde.” Poi mi è venuto in mente ciò che dicevano tutti quelli che a Napoli mi afferravano la mano: Mani fredde, cuore caldo. E mi avevano azzeccata, una ragazza così romantica, così anemica.

At some point on Saturday I lost my keys. Because we were using my husband’s set, it wasn’t until the next day that I figured out I’d probably dropped them way back at the playground. Although a hassle, the keys would be replaceable, even the expensive remote car key – but not the key ring given to me by a dear friend, a fat red heart, crocheted and stuffed with cotton. Much like my own heart, it’s easy to spot and mushy on the inside.

Ad un certo punto sabato ho perso le chiavi. Siccome usavamo il mazzo di mio marito, soltanto il giorno dopo ho dedotto di averle fatto cadere probabilmente in quel parco giochi. Nonostante la scocciatura, le chiavi erano sostituibili, anche la costosa chiave auto con telecomando – ma non lo era il portachiavi, un regalo di una cara amica, un grosso cuore rosso a uncinetto inbottito di ovatta. Proprio come il mio vero cuore, è ben visibile da lontano e molliccio all’interno.

But Kiwis generally have a heart of gold, and on Sunday afternoon I found my keys right there at the playground, vividly and spotlessly laid out on a large rock, key ring and all. As I headed back to the waiting car, I smiled and skipped through the dry leaves literally wearing my heart on my sleeve, marvelling at my stroke of luck.

Ma in genere i neozelandesi hanno un cuore d’oro, e domenica pomeriggio ho ritrovato le mie chiavi proprio là al parco giochi, posate vividamente e candidamente su una grande roccia, portachiavi incluso. Mentre mi riavviavo verso la macchina in attesa, sorridevo e saltellavo tra le foglie secche, letteralmente col cuore in mano, meravigliata dalla mia botta di culo.

They say the heart wants what the heart wants, you can’t govern it. And after a night of neglect in the bitter cold, it would have been understandable if my electronic key gave me the silent treatment and didn’t let me back in the car. But when I pointed it, red heart and all, at the car and pressed the little button, the car immediately went flash flash. Click. Aaah, the glorious sound of forgiveness.
 
Dicono che al cuore non si comanda. E sarebbe stato comprensibile se la mia chiave elettronica, dopo un’intera notte trascurata nel freddo pungente, mi avesse tenuto il muso e sbarrato l’accesso alla macchina. Ma quando l’ho puntata, cuore rosso e tutto, in direzione della macchina e ho premuto il pulsantino, la macchina ha subito fatto flash flash. Click. Aaah, il glorioso suono del perdono.

Wednesday, May 18, 2016

Call it balcony rage

Quartieri Spagnoli, photo by Sergio Siano,
taken from Il Corriere del Mezzogiorno
I confess that some mornings I just want to scream. Those bad days when I wake up with a face puffy from not enough sleep and am inundated with complaints before I can even go pee: Where’s my oatmeal? No way I’m eating it without raspberries, you know. That’s my monkey, give it back! Miao, miaoooo, what about me? Those mornings when I have laundered the incorrect t-shirt, and shoes cannot be put on until the most urgent of questions is answered, at risk of being late for school: "Mamma, do teeth float?"

Confesso che a volte al mattino ho proprio voglia di urlare. Quelle giornate nere in cui mi sveglio con la faccia gonfia per la mancanza di sonno e sono inondata di lamentele prima ancora di poter fare la pipì: Non mi hai preparato ancora i fiocchi d’avena? Ma mico li mangio senza lamponi, sai. Quella è la mia scimmia, ridammela! Miao, miaoooo, e io poi? Quelle mattine in cui ho lavato la maglietta sbagliata e le scarpe non possono assolutamente essere infilate finché non si risponda alla più urgente delle domande, a rischio di tardare a scuola: "Mamma, ma i denti vanno a galla?"

So how is it that I can get through the marathon of exiting the house without even raising my voice, only to scream my lungs out – as happened last Friday – to a total stranger in the zoo parking lot? Call it road rage. Call it sleep deprivation. Call it what you will. But that one last irrational whine, this time from a grown man, was the last straw.

Allora com’è che riesco a sopravvivere alla maratona di uscire di casa senza neanche alzare la voce, per poi sputare i polmoni – come è accaduto venerdì scorso – a un perfetto sconosciuto nel parcheggio dello zoo? Chiamala rabbia al volante. Chiamala carenza di sonno. Chiamala come ti pare. Ma quell’ultima lagna irragionevole, questa volta da parte di un uomo cresciuto, è stata l’ultima goccia.

At first I protested calmly, saying there was no reason to be angry and explaining that he was the one who’d parked illegally, a horizontal campervan in a vertical world. But he barked that I was being rude and that he was calling his car insurance company. Was that a threat?

Inizialmente ho protestato con la massima calma, dicendo che non c’era nessun motivo per arrabbiarsi e spiegando che era stato lui a parcheggiare illegalmente, un camper orizzontale in un mondo verticale. Ma lui ha ringhiato che ero una scostumata e che avrebbe telefonato all’assicurazione auto. Ma mi stava minacciando?

I turned up the volume. “You’re being so impolite that I really shouldn’t move my car for you. But I’m going to do it anyway because I’m a nice person.”

Ho alzato il volume. “Lei è così maleducato che veramente non dovrei spostare la mia macchina. Ma lo faccio lo stesso perché sono una brava persona.”

“Whatever!” he grumbled, proving to me once again that grumpy old men are just not cute enough to be tolerated.

“Ma fammi il piacere!” ha brontolato lui, l’ennesima conferma che i vecchi scorbutici non sono bellini abbastanza da essere sopportati.

I got back in my car, slammed the door and yelled as if to rouse the lions in the zoo, “Whatever is not the correct answer!

Sono rientrata in macchina, ho sbattuto lo sportello e ho gridato come per destare i leoni nello zoo, “Quella non è la risposta giusta!”

It was not a scream. It was a horrific, primal tearing of the air that stopped the campervan driver on his cell phone, my little boy in his car seat, the cars in the parking lot and even the hippos in their mud. It shook me too and I think I know why.

Non era un urlo. Era uno strappo all’aria, raccapricciante e primitivo, che ha fermato di colpo l’autista del camper al telefonino, il mio bambino nel suo seggiolino, le macchine nel parcheggio e perfino gli ippo nel loro fango. Ha scosso anche me e credo di sapere il perché.

My voice was not my own at all but the ghetto cry of a Neapolitan housewife throwing her aproned bosom against her balcony railing, wielding a wooden spoon and a voice as shrill and piercing as a drill, threatening castration to the living and eternal damnation to the dead. A tremor that stunned the entire ghetto and that was impossible to get used to even after a decade living there, with shock waves that rippled through the air all the way to the sea, stopping only before the almighty volcano, and you just knew someone had crossed that poor woman’s line. Call it balcony rage. Call it sleep deprivation. Call it what you will.

La voce non era la mia affatto, bensì il grido di quartiere di una casalinga napoletana che lanciava il petto coperto di grembiule contro la ringhiera di un balcone, armata di un cucchiaio di legno e di una voce acuta e penetrante come un trapano presa a minacciare la castrazione ai vivi e la dannazione eterna ai morti. Una scossa che stordiva l’intero quartiere e al quale era impossibile abituarsi anche dopo un decennio a vita napoletana, con onde d’urto che si espandevano nell’aria fino al mare, fermandosi soltanto davanti al vulcano onnipotente, e sapevi benissimo che qualcuno aveva davvero superato il limite a quella povera cristiana. Chiamala rabbia al balcone. Chiamala carenza di sonno. Chiamala come ti pare.

Monday, April 25, 2016

What do you think of my cover letter? Honestly




Dear small publishing house

Cara piccola casa editrice

There are a lot of things in The Spanish Quarter that should be politely ignored – unsavory things like panties hung from balconies, Camorra shootings, Saharan winds, unrequited love, the city of Naples itself. But my novella doesn’t take well to blindness.

Esistono molte cose in The Spanish Quarter che, per buona educazione, vi converrebbe passare sopra – cose sgradevoli come mutandine appese dai balconi, sparatorie di camorra, venti dal Sahara, l’amore non corrisposto, Napoli stessa. Ma la mia novella non tollera la ciecità.

Eddie is a linguistics student who has been living in Naples for so long as to nearly forget how to pronounce her own American name. The only one of her friends at the centuries-old Istituto Orientale who can truly breathe it – Heddi – is Luca Falcone, the desirable, enigmatic rebel and Arabic scholar whom she privately loves.

Eddie è studentessa di lingue che vive a Napoli da così tanto da quasi dimenticare come si pronuncia il proprio nome americano. L’unico dei suoi compagni dell’antichissimo Istituto Orientale capace davvero di sospirarlo – Heddi – è Luca Falcone, l’attraente ed enigmatico ribelle e studioso di arabo che lei di nascosto ama.

But one night when they sleep fully dressed in his bed, their delicate friendship is tipped into a tangle of misunderstandings and romantic dead ends – involving Laura, Eddie’s overtly sexual and likely anorexic roommate, and Cesare, an eccentric and obsessive poet.

Ma con una notte trascorsa pur completamente vestiti nel letto di Luca, la loro delicata amicizia viene rovesciata in un groviglio di malintesi e di vicoli ciechi d’amore – coinvolgendo Laura, la compagna di stanza di Eddie di una sessualità plateale e un’anoressia presumibile, e Cesare, poeta eccentrico e ossessivo.

The ghetto they all share, the Spanish Quarter – marinating in squalor since its conception in the 1500s as a barracks for the Spanish army – is a place popping and grunting with local life but entirely deprived of sunlight. In fact, it is a symmetrical but delirious labyrinth, complete with a bull-like dog at its heart, whose dark streets Eddie must grope through in order to see the truth, not only about Luca but also about herself.

Il rione da loro condiviso, i Quartieri Spagnoli – a mollo nello squallore sin dalla sua nascita nel Cinquecento, quando sorsero come guarnigioni per l’esercito spagnolo – è un luogo che scoppietta e grugnisce di vita locale pur essendo completamente privo di luce. Ineffetti, è un labirinto simmetrico ma non per questo meno delirante, con tanto di cane-toro nel suo cuore, vicoli in cui Eddie deve brancolare nel buio per poter vedere la verità, non solo su di Luca ma anche su di se stessa.

That this 21,000-word novella is actually a true story may be irrelevant. It’s simply that this American writer with Cherokee blood and a Neapolitan heart, transplanted to New Zealand, is wired to search far and wide for the truth. I’m a freelance translator and copyeditor for academic publications, in particular for E.J. Brill (Leiden, the Netherlands), and I have an English-Italian bilingual blog called Confessions of a Wannabe Writer.

Che questa novella lunga 21.000 parole è effettivamente una storia vera può essere di poco rilevanza. È soltanto che questa scrittrice americana con sangue Cherokee e un cuore napoletano, trapiantata nella Nuova Zelanda, ha una predisposizione congenita alla ricerca, in lungo e in largo, della verità. Sono traduttrice freelance e revisore di testi accademici, in particolare per E.J. Brill (Leiden, Paesi Bassi), e ho un blog bilingue di nome Confessions of a Wannabe Writer.

Please find the attached manuscript. I appreciate your time considering my submission and look forward to hearing from you.

Si allega il manoscritto. Ringraziandovi in anticipo per il tempo dedicato a considerare la mia presentazione, rimango in attesa di una vostra risposta.

Sincerely, Heddi Goodrich

In fede, Heddi Goodrich

Friday, April 8, 2016

Open letter to my dark angel in Italy

Black moth by UK sculptor Jilly Sutton
 www.jillysuttonsculpture.com/
You pestered me until I wrote you the short story that you were so strangely convinced I could write. You made me push away all my very important distractions – birthday cakes, academic proofreading, the exercycle – so that I could find the time to write it. You forced me to make space and quiet and a cup of tea so that I could be up with the crickets and the crickets alone.

Mi hai messa in croce finché non ti abbia scritto quel racconto che eri stranamente convinto che fossi capace di scrivere. Mi hai fatto allontanare tutte le mie importantissime distrazioni – torte di compleanno, revisioni accademiche, la ciclette – per poter trovare il tempo per scriverlo. Mi hai costretta a fare spazio e silenzio e una tazza di tè per poter rimanere sveglia con i grilli, soltanto con i grilli.

And then something happened: words came descending down from the night like fireflies. The story wrote itself, and when I finally looked at it I saw a thing of dark beauty.

E poi è successa una cosa: le parole hanno cominciato a scendere come lucciole dalla notte. Il racconto si è scritto da solo, e quando finalmente l’ho guardato ho visto una cosa di una bellezza oscura.

Please don’t worry if it doesn’t actually fit into your collection of short stories, if it will never see the light of day. It doesn’t matter. Because if it weren’t for you, my enigmatic and non-negotiable angel, I wouldn’t have found my style, my voice.

Ti prego di non preoccuparti se alla fine non si inserisce nella tua raccolta di racconti, se non vedrà mai la luce del giorno. Non importa. Perché se non fosse per te, il mio angelo enigmatico e intransigente, non avrei trovato il mio stile, la mia voce.

I’ve never even seen your face, and yet you have played a tiny but pivotal role in my chaotic life, like the ripple effect of a butterfly flapping its wings somewhere in the Amazon. And perhaps, more than an angel, you are a butterfly, like the black moth that flew in the house the other night, as big as a hummingbird. Now, when I least expect it, it comes reaching out to me – a fragment, or a figment, of the night – before disappearing back into the dark folds of some curtain.

Non ho mai visto neppure il tuo viso eppure hai svolto un ruolo piccolo ma fondamentale nella mia vita caotica, come l’effetto domino di una farfalla che batte le ali in un punto ignoto dell’Amazzonia. Infatti, forse più che un angelo sei una farfalla, come quella falena nera che è volata in casa l’altra sera, grande come un colibrì. Ora, quando meno me lo aspetto, si fa vedere – un frammento della notte o della fantasia – prima di sparire di nuovo tra le pieghe scure di qualche tenda.

There are no words to thank you. Sleep well and, for this and other reasons, be at peace with the universe!

Non ci sono parole per ringraziarti. Dormi bene e, per questo e altri motivi, sii in pace con il mondo!