Monday, September 22, 2014

I remember those shoes


(In Matera) before babies: when I still had my
memory, my figure, and those cool brown shoes
Since the birth of my first son, my memory has been terrible. I forget people’s names, who said what, and whom I’ve already given some big news to. I’ve even forgotten that – allegedly – I attended a U2 concert with my husband, and I’m not 100% sure I’ve ever been to London.

Da quando è nato il mio primo figlio, ho una pessima memoria. Dimentico i nomi delle persone, chi ha detto cosa, e a chi ho già dato qualche grande notizia. Ho perfino dimenticato che – a quanto pare – ero presente con mio marito ad un concerto di U2, e non sono certa al cento per cento di essere mai stata a Londra.

            But for some reason I have a detailed memory for all the shoes I’ve ever owned. The delicate shoelaces of those two-tone shoes. The cat spunk on those beige suede boots, the way my right ankle always ached in them. The sound of those wooden clogs slapping against the kitchen tiles. The loose buckle on those burgundy Forties sandals, the way the sand would get caught at the edges. Perhaps it is as novelist Orhan Pamuk puts it in The Museum of Innocence – love is attention to detail…in addition to compassion.

            Ma per qualche motivo ho una memoria dettagliata per tutte le scarpe che ho mai avuto. I lacci delicati di quelle scarpe a due tonalità. Il piscio di gatto su quegli stivali di camoscio beige, il modo in cui indossandoli la mia caviglia mi faceva sempre male. Il rumore che facevano quegli zoccoli di legno quando sbattevano contro le mattonelle della cucina. La fibbia allentata di quei sandali bordeaux stile anni quaranta, il modo in cui la sabbia rimaneva intrappolata ai bordi. Magari è proprio come dice lo scrittore Orhan Pamuk nel suo romanzo Il museo dell’innocenza – l’amore è la cura dei dettagli…oltre alla compassione.

Why is it that I can’t remember what I was doing in Guatemala in the late nineties but I can recall the shoes from my entire life? Maybe it’s because I spent so much looking down at all the small things before me – the grass, the mosaics, the shells – and therefore I formed memories of my shoes because they were always pasted into those little scenes.

           Ma perché non mi ricordo che ci facevo in Guatemala negli anni novanta ma riesco a ricordarmi tutte le scarpe della mia intera esistenza? Forse è perché ho passato tanto di quel tempo a guardare giù alle piccole cose che avevo davanti – l’erba, i mosaici, le conchiglie – e quindi ho formato ricordi delle mie scarpe che erano sempre incollate in quelle minuscole vedute.

In fact, it was while looking down at my shoes at the age of nine that I understood I wanted to be a writer. I was walking home from school and looking at the cracks in the sidewalk and the weeds breaking through. I suddenly became aware that I was describing those cracks and weeks to myself, as if carefully choosing the words for a story, and that this was something I’d done forever.

Infatti, era proprio mentro guardavo le mie scarpe all’età di novi anni che capii che volevo fare la scrittrice. Stavo facendo la strada di casa dopo la scuola guardando le crepe nel marciapiede e le erbacce che ci prorompevano. All’improvviso mi resi conto che stavo ineffetti descrivendo a me stessa quelle crepe e quelle erbacce, come scegliendo accuratamente le parole per un racconto, e che questo era una cosa che facevo da sempre.

Sometimes shoes are not just shoes, but epiphanies!
          
           A volte le scarpe non sono solo scarpe, ma epifanie!

Wednesday, September 10, 2014

Hoping for gold


          
I hope you don't mind, David Neale
of the Golden Smith Shop, that
I used this picture of your stunning ring
           I’m particularly passionate about true stories. That’s why sometimes I feel uncomfortable about the blurred lines between fiction and nonfiction in my own (unpublished) memoir. That is, what I wrote is all true, but at times for dramatic effect I bent the truth, and by leaving out many events within the narrative arch, I compressed time.

Sono particolarmente appassionata di storie vere. Perciò a volte mi sento a disagio con le linee sfocate tra fiction e nonfiction nelle mie memorie (inedite). Cioè quello che ho scritto è tutto vero, ma a volte per effetto drammatico ho piegato la verità, e tralasciando molti avvenimenti nell’arco narrativo, ho compresso il tempo.

            However, reading the afterword to Lucy Grealy’s memoir Autobiography of a Face (HarperCollins, 1994), I was struck by these words written by Ann Patchett:

Però leggendo la postfazione alle memorie di Lucy Grealy, Autobiography of a Face (HarperCollins, 1994), mi hanno colpito queste parole di Ann Patchett:

            “In the right hands, a memoir is the flecks of gold panned out of a great, muddy river. A memoir is those flecks melted down into a shapable liquid that can then be molded and hammered into a single bright band worn on a finger, something you could point to and say, ‘This? Oh, this is my life.’”

“Nelle mani giuste, le memorie sono pagliuzze d’oro setacciate da un grosso fiume fangoso. Le memorie sono quelle pagliuzze fuse in un liquido malleabile che può essere poi foggiato e martellato per fare un singolo anello splendente da portare al dito, qualcosa che potresti indicare per poi dire, ‘Questo? Ah, questo è la mia vita.’”

I hope I achieved this!

Spero di esserci riuscita!

Tuesday, September 2, 2014

Coffee luck


         
            I never win anything – the lottery, but not even the Easter hamper to win at my son’s preschool. It might be because I never buy tickets. But since I started writing my blog, I’ve won a whopping three things:

Non vinco mai niente – il lotto, ma neanche il cestino della Pasqua in regalo alla scuola materna di mio figlio. Sarà perchè non compro mai biglietti. Ma da quando ho iniziato a scrivere il mio blog, ho vinto ben tre cose:

            1. A package of Lavazza Oro coffee (for participating in an initiative on the Lavazza website). 2. A blue coffee cup from from the wonderful Noemi Cuffia, writer of the blog Tazzina di Caffè. 3. And – just last week – a twenty-dollar voucher to spend at La Bottega, a new Italian café in Kingsland, Auckland.

1. Un pacchetto di Lavazza Oro (per aver partecipato a un’iniziativa del sito web della Lavazza). 2. Una tazzina di caffè blu dalla stupenda Noemi Cuffia, scrittrice del blog Tazzina di Caffè. 3. E – la settimana scorsa – un buono da venti dollari da spendere alla Bottega, nuovo bar pasticceria italiano in Kingsland, Auckland.

            Do you see the common thread? And I don’t even drink coffee! Well, I did drink it for many years during my university spell in the paradise of coffee (Naples), both as a social ritual and as my drug of choice for the long nights staying up studying…until my guts protested, “Ok, that’s enough now.” Nonetheless, my love for coffee (though I only allow myself one occasionally) has never died.

          Vedete il filo comune? Eppure io non bevo il caffè! Cioè, l’ho bevuto per molti anni durante il mio soggiorno universitario nel paradiso del caffè (Napoli), sia come rito sociale sia come droga di preferenza per le lunghe nottate di studio…finchè le mie povere budella hanno protestato, “Ora basta però.” Ciò nonostante il mio amore per il caffé (bensì concesso saltuariamente) non si è mai spento.

            Now, the nice thing about the voucher that I won – in Italian this sounds like a great title for a novel Il bello del buono, is that just a few days prior my beautiful friend Flavia, from Rome, had brought over some pastries she’d gotten at La Bottega café.

Ora, il bello del buono che ho vinto – oh come mi piace ‘il bello del buono,’ sarebbe un bel titolo per un romanzo – è che, pochi giorni prima, la mia bellissima amica Flavia, di Roma, mi aveva portato dei dolcetti comprati proprio al caffè La Bottega.

            So, with my lips covered in pistachio cream, I said to her, “These are so good, Flavia, what a flash from the past!”

           E io, con le labbre spalmate di crema al pistacchio, le ho detto, “Che buoni che sono, Flavia, proprio un tuffo nel passato!”

            “Why don’t you go back to La Bottega?” she asked. I had only been there once with her to get a croissant, a Sicilian cannolo, and a cappuccino, while my kids drenched their T-shirts in warm milk and licked crumbs off the floor.

          “Perchè e non ci torni alla Bottega?” mi ha chiesto. C’ero stata soltanto una volta con lei, a prendere un cornetto, un cannolo siciliano, un cappuccino, mentre i bambini si inzuppavano le magliette di latte caldo e leccavano briciole da terra.

            “You know,” I replied, “the cost of living in Auckland is already so high and I have two kids to feed. But you know what I’ll do? As soon as I find a literary agent for my manuscript, I’ll take my husband to La Bottega and we’ll stuff ourselves with croissants and coffee!”

Sai com’è,” le ho risposto, “la vita ad Auckland è già così cara e ho due figli da sfamare. Ma sai che faccio? Appena trovo un agente letterario per il mio romanzo inedito, porterò mio marito alla Bottega e ci abbuffiamo di cornetti e di caffè!”

            Does it seem to you like pure chance that the following week I won the Bottega voucher? Will this be my year?

Vi sembra puro caso che la settimana dopo ho vinto il buono alla Bottega? Sarà questo il mio anno?

Sunday, August 24, 2014

My new query letter Part 2


…Love takes me deeper into my adopted city – into the damp underground caves echoing with the ghosts of ancient Greece, Rome and WWII; and into perilous closeness with Vesuvius, the world’s most dangerous volcano. Love takes me into Bruno’s isolated and diffident hill country, dotted with villages considered so unlucky they can’t even be named. And into the house of Bruno’s mother, as unreadable as a matrioshka even as she threatens disownment and the loss of his ancestral land, for daring to fall for a skinny foreigner.

L’amore mi immerge ancora di più nella mia città adottiva – nelle umide grotte sotterranee che echeggiano con i fantasmi dell’antichità greca e romana e delle seconda guerra mondiale; e in rischiosa prossimità del vulcano più pericoloso al mondo. L’amore mi porta nel paesaggio collinare di Bruno, luogo diffidente e costellato di peasi portatori di una sfiga così potente da non poterli neanche nominare. E mi porta dentro la casa di sua madre, indecifrabile come una matrioshka pur minacciando di diseredare il figlio togliedogli la terra degli avi, per aver osato innamorarsi di una straniera troppo magra.

Naples feels for me, feels with me. And in the pulsing heart of that Spanish labyrinth, I discover that love, like the city itself, is a tangle that cannot be unwound, a puzzle that cannot be conquered. It’s a journey that reaches a crossroads in Rome, with Bruno lying in a hospital bed with a spontaneously collapsed lung, a broken man.

            Napoli sembra immedesimarsi con me nella sofferenza. E nel cuore palpitante di quel labirinto spagnolo, scopro che l’amore – come la città stessa – è un groviglio che non si può sciogliere, un enigma che non si può risolvere. È un percorso che arriva a un bivio a Roma, con Bruno steso su un letto in ospedale colpito da un pneumotorace spontaneo, un uomo spezzato.

I know you’d rather I was dead. I’m hardly alive…Three years on, Bruno’s remorseful, heart-rending email reaches me in my self-imposed exile in New Zealand. Soon our present-tense emails ping-pong not only with deeper insight into our past-tense love story as it slowly comes undone, but also with fresh, escalating passion. When an event unexpectedly takes me briefly back to Naples, it begs the question: now years later, are we being handed a second chance?

Lo so che preferisci sapermi morto. Sono quasi vivo…Tre anni dopo, una mail di Bruno, straziante e piena dai rimorsi, mi raggiunge nel mio esilio autoimposto in Nuova Zelanda. Presto le nostre mail attuali si susseguono non solo arricchendo la comprensione della nostra storia d’amore vissuta mentre lentamente si sfacelava, ma anche sprigionando una nuova passione. Quando un avvenimento inaspettato mi riporta di sfuggita a Napoli, bisogna chiedersi: ora, anni dopo, ci è stata data un’altra possibilità?

Monday, August 18, 2014

My new query letter Part 1



On your next trip to Italy, whatever you do, don’t go to Naples. Any guidebook will tell you so. Because in Naples you might lose your wallet, your way, and possibly even your heart.

La prossima volta che vai in viaggio in Italia, qualunque cosa fai, non andare a Napoli. Qualsiasi guida turistica ti darà lo stesso consiglio. Perchè a Napoli potresti perdere il portafoglio, la strada, e perfino il cuore.

Naples has managed to transform me from Heddi, a naïve high school exchange student from the Maryland suburbs, to “Eddie,” a well-travelled, intensely curious polyglot enrolled at the centuries-old “Orientale” University. Bruno is a quietly perceptive geology major with big dreams, whose only defect is hailing from a wolf lair of a local village. It’s a match made in the Spanish Quarter, that ghetto we out-of-town students call home, sewn together with spiderwebs of laundry, serenaded with Camorra shootouts, and paved with volcanic cobblestones as slippery and pockmarked as sucked candies – all washed clean by the hot Saharan scirocco. We fall abruptly, feverishly in love…
 
           Napoli mi ha trasformata da Heddi, ingenua scolara in scambio culturale dalle periferie di Maryland, a “Eddie”, poliglotta e viaggiatrice di una intensa curiosità iscritta all’antico Istituto Universitario Orientale. Bruno, sognatore taciturno e perspicace, è iscritto a geologia e ha un’unico difetto – quello di provenire da un covo di lupi in provincia. È un amore nato nei Quartieri Spagnoli, il rione che per noi studenti fuori sede è diventata ormai casa, una casa cucita con ragnatele di panni stesi, risonante di sparatorie tra camorristi, e lastricata di basoli vulcanici scivolosi e butterati come caramelle succhiate – il tutto ripulito dal caldo scirocco sahariano. Inaspettatamente, come colti da una febbre, ci innamoriamo 

Sunday, August 10, 2014

Long-Overdue Wannabe Writer Update (English - Italian)

          
I’ve reinvented myself as a wannabe writer. My unpublished manuscript, Lost in the Spanish Quarter, forced me to. First I did a brutal cut of 150 useless and embarrassing pages. But that wasn’t enough. After that, I put it through an invasive procedure – including a change of narrator and tone – in other words, a complete (and I would dare to say even sublime) rewrite. I’ve rewritten my query letter and my synopsis. I’ve even decided to change continent.

           Mi sono reinventata come scrittrice aspirante. Il mio manoscritto inedito, Lost in the Spanish Quarter, mi ha constretta a farlo. Prima ho fatto un taglio brutale di 150 pagine inutili e vergognose. Ma non mi è bastato. Dopo ho sottoposto il mio manoscritto a un’intervento invasivo – inclusi sia un cambiamento di narratore che di tono – insomma, una revisione totale, oserei dire sublime. Ho riscritto la lettera di richiesta da mandare agli agenti letterari, come anche la sinossi. Ho deciso perfino di cambiare continente.

           Ok, just for the query process. I’m preparing all the necessary material to query Curtis Brown Agency in Australia in the hopes that they are desperate enough to give me a shot. I think the competition in Australia is less than in New York. After all, aren’t they just a few souls, and twenty-five million kangaroos?

          Ok, solo per la ricerca di un agente. Sto preparando tutto il materiale necessario per fare richiesta all’agenzia Curtis Brown in Australia nella speranza che siano disperati abbastanza da darmi una possibilità. Credo che la concorrenza in Australia sia minore che a New York. Dopo tutto, non sono solo quattro gatti, e venticinque milioni di canguri?

          As for my blog, I’m trying to get it out there in the bilingual world. It appears that there aren’t that many bilingual blogs like mine, that is, with parallel text. Who knows why. Could it be because even posts that are super short like this one double as soon as I translate them? Just like what happens to my love handles when I eat mozzarella.

         Per quanto riguarda il mio blog, sto cercando il modo di pubblicizzarlo nel mondo bilingue. A quanto pare, blog bilingui come il mio con testi paralleli sono pochi. Chissà perché. Sarà per il fatto che gli articoli anche cortissimi come questo, appena tradotti, raddoppiano? Proprio come succede alle mie maniglie dell’amore quando mangio la mozzarella.

So I promise you I’ll try to keep it short. And I’ll spare you the description of the dark circles under the eyes of this wannabe writer.

            Vi prometto allora che cercherò di farla breve. E vi risparmierò la descrizione delle occhiaie sotto gli occhi di questa scrittrice aspirante.
 

Saturday, August 2, 2014

My son, a perfectly successful linguistic experiment (English - Italian)

        

My bilingual boy opening presents at his sixth birthday (today)
         From the day they were born, I’ve always spoken to my two little boys in Italian. Despite the fact that I’m American, their dad is Irish, and they were both born in New Zealand. I blame it again on my training as a teacher, or maybe on my subconscious desire to have someone to chat to in Italian.

           Sin dalla loro nascita ho sempre parlato con i miei due maschietti in italiano. Nonostante il fatto che io sono americana, che loro padre è irlandese, e che sono tutti e due nati in Nuova Zelanda. Sarà colpa di nuovo della deformazione professionale, oppure semplice della mia voglia subconscia di avere vicino qualcuno con cui chiacchierare in italiano.

The cool thing is that that crazy experiment has worked. Well, my youngest can only say “Mamma,” but he does say it with an enviable accent. On the other hand, my oldest, who is six, despite claiming that he can’t speak Italian, can sometimes whip out certain phrases that are amazingly blunt and grammatically correct. For instance, the other evening I asked him to sit at the table while eating. “Neanche per sogno,” he replied. “In your dreams.”

             Il bello è che il folle esperimento ha avuto successo. Be’, il più piccolo sa dire solo “Mamma,” ma lo dice con un accento invidiabile. Invece il più grande, a sei anni, anche se pretende di non saper parlare l’italiano, è capace di sfoderare certe frasi di un’ asciuttezza strabiliante e grammaticale. Per esempio l’altra sera gli ho chiesto di sedersi a tavola mentre mangiava. “Neanche per sogno,” mi ha risposto.

            The other morning while getting ready for school, I told him to get dressed and he said, “Ma va a succhiare aria da una cannuccia.” (Basically, go suck air through a straw.) Which won’t actually seem like such a strange answer to those who, like me, have seen Ice Age 2 – The Meltdown about ninety-six times.

            E l’altra mattina mentre ci preparavamo per andare a scuola, gli ho detto di vestirsi e mi ha detto, “Ma va a succhiare aria da una cannuccia.” Che non sembrerà poi una risposta così strana a quelli che, come me, hanno visto L’era glaciale 2 – il disgelo circa novantasei volte.

            My son regularly says, to me, “Ma sei matta? (Are you nuts?), or to his little brother, Sei una testa vuota!” (You’re a knucklehead!), or to our kitty, “Gatto fifone!” (Scaredy-cat.)

            Mio figlio abitualmente dice, rivolgendosi a me, “Ma sei matta?” o al fratellino, “Sei una testa vuota!” o al nostro micio, “Gatto fifone!”

            But I wouldn’t like you to think that my angel is just plain rude. Because he also says things like, “Mamma, sei bella,” (you’re beautiful) and offers rather sound advice, like when he’s demanding too many things at once – a snack, a book, a back scratch – and then takes them back, saying “Sì, sì, una cosa alla volta.” One thing at a time.

            Ma non vorrei che pensaste che il mio angelo sia solo uno scostumato. Perchè mi dice pure cose come, “Mamma, sei bella,” e offre consigli anche molto saggi, come quando mi fa troppe richieste tutte insieme – la merenda, un libro, di grattargli la schiena – e poi le ritira, dicendo, “Sì, sì, una cosa alla volta.”

            Not to mention his mysterious insight into the world, that he loves to pass on – in flawless Italian – to his one-year-old brother, an infamous paper eater: “Se tu mangi la carta igienica, la carta igienica mangia te!” If you eat toilet paper, the toilet paper will eat you.

            Per non parlare della sua misteriosa conoscenza del mondo, che ama trasmettere – in un italiano preciso – al fratello di un anno, già noto mangiatore di cartaccia: “Se tu mangi la carta igienica, la carta igienica mangia te!”

            Now that’s what I call a perfectly successful linguistic experiment.
 
           Questo sì che lo chiamo uno sperimento linguistico perfettamente riuscito.