Wednesday, November 29, 2017

Il mare di Castellammare / The sea in Castellammare

The Gulf of Naples from space (ESA/NASA)
A sedici anni il mare di Castellammare mi pareva un grande lago, io che di mari conoscevo solo il rabbioso Atlantico, eppure in un modo o un altro quel lago era riuscito a devastare uno dei suoi castelli. L’acqua leccava gli scogli dove mi piazzavo con un quaderno ad abbozzare quel rudere, sospeso sulla superficie vitrea dell’acqua come un miraggio. Le anguille non le disegnavo, ma trovavo ribrezzo e insieme piacere ad osservare sotto di me l’orgia dei loro corpi neri e oleati. Anche la sabbia era nera, luccicava come la notte. Però a Castellammare c’erano anche le spiagge di sassi – ciottoli caldi come panini che mi arrotondavano i sandali e producevano una piccola melodia ogni volta che l’acqua distrattamente ci passava sopra. D’estate quelle spiagge erano a pagamento e forse per questo si poteva andare topless. Io no. Ci voleva tutta la mia volontà solo per spogliarmi e restare in bikini. Ero, a quanto pare, una falsa magra.

To my sixteen-year-old eyes that had only ever known the angry Atlantic, the sea in Castellammare looked like a big lake, yet one that had nonetheless managed to topple over one of its castles. The water licked the boulders where I sat with a sketchpad drawing what was left of it, a ruin gliding like a mirage over the surface of the glassy water. I didn’t sketch the eels beneath me, but it was creepily enjoyable to watch the orgy of their black, oily bodies. The sand was black too; it twinkled like the night. But in Castellammare there were pebble beaches too – warm mounds that rounded the soles of my sandals and made a little melody every time the water distractedly washed over them. In the summer you had to pay to use those beaches: maybe that’s why you could go topless. Not me. I had to muster all my willpower just to strip down to my bikini. Apparently, I looked skinny only with my clothes on.

Dopo che mi misi con Franco, facevamo lo struscio in Villa Comunale, sul lungomare. Incrociavamo altri giovani camorristi, come il guappo che si spalmava il burro in faccia per accelerare l’abbronzatura e che, pure di sera alla luce soffusa della cassa armonica, aveva il volto lucido come un pollo appena sfornato. Il quartiere di Franco, Scanzano, era a pochi passi da là, ma con i suoi palazzi disastrati da secoli di frane e faide sembrava lontanissimo dal mare, e per arrivarci ci mettevamo in moto. Gli stringevo la vita abbondante, la moto partiva con uno scatto impaziente e subito la salsedine nei capelli si perdeva nel freddo umido dei vicoli serpeggianti. Superavamo il basso dove abitava con l’anziana madre malata, fino a un appartamento disabitato che non aveva nemmeno la corrente. Lì al buio facevamo l’amore, e dopo spesso Franco si faceva un pianto. Non mi disse mai il perché, mentre gli bevevo le lacrime salate, ma credo fosse per un suo amico morto ammazzato. Quando un giorno senza spiegazioni mi lasciò, ripresi a guardare il mare da sola, tramonti belli e sanguinanti come arance siciliane.

After I got together with Franco, we’d go for a stroll along the promenade. We’d run into other young Camorra recruits, like the poser who used to butter his face for a better tan and who, even by the soft light of the bandstand, looked as crisp as a baked chicken. Franco’s neighborhood, Scanzano, was a stone’s throw from there but, with its buildings in ruins from centuries of landslides and feuds between clans, it seemed a world away from the sea, and we’d hop on his motorcycle to get there. I’d wrap my arms around his thick waist, his motorbike would jerk forward impatiently and right away the salt in my hair would blow off into the cold damp of those winding backstreets. We’d ride past the ground-floor room he shared with his sick mother, all the way to an uninhabited apartment that didn’t even have power. There in the dark we’d make love, and often afterwards Franco would cry. He never did tell me why, as I drank his salty tears, but I think it was because a friend of his had been shot dead. After he broke it off one day, without explanation, I went back to watching the sea on my own, sunsets as intense as blood oranges.

Il fine settimana Mamma Rita mi portava in penisola, a Vico Equense o Sorrento. Da quella realtà parallela, il golfo si mostrava una perla nera, profumato e nero nero come inchiostro di seppia. Era talmente bello da farmi venire la malinconia, una che non si poteva spiegare…e nemmeno nominare in località così chic. La gente beveva e rideva, e io restavo in silenzio tentando di bucare con gli occhi l’impenetrabile superficie dell’acqua. Ogni tanto la agitava un’imbarcazione, lasciando una scia striata di luci gialle come elettrocardiogrammi. Dall’altra parte del golfo c’era Napoli. Semmai osavo alzare gli occhi, la città, avvolta in un alone arancione, mi fulminava con lo sguardo. E ogni volta il mio cuore impazziva all’idea che stesse lì ad aspettarmi.

On the weekends Mamma Rita would take me down the peninsula, to Vico Equense or Sorrento. From that parallel reality, the gulf showed its true colors. Dark as squid ink and sweet-smelling, it truly was a black pearl, so beautiful that it made me feel sad. It was a reaction I couldn’t explain…or even admit to in such fashionable spots. People around me would be drinking and laughing and I just stared out at the water trying to see through its impenetrable surface. Once in a while a boat would go by, shaking up the surface and leaving in its wake waves of yellow lights like electrocardiograms. On the other side of the gulf was Naples. Whenever I dared lift my gaze to look at the city burning orange in the night, it would glare back at me. And each time my heart would go wild thinking that it was just there waiting for me.

 (Leggi il primo capitolo del mio romanzo inedito Perduti nei Quartieri Spagnoli https://heddigoodrich.blogspot.co.nz/p/chapter-1.html)

Tuesday, November 21, 2017

Il sole di Napoli / The sun in Naples


(Foto di Eunice Franchi www.viaggiatore.com)
Il sole di Napoli è oro liquido. C’è chi ha, e chi non ha. Il centro storico ne ha poco per difetto di nascita, e abitarci è come stare chiusi dentro una casa di carte. Balconi e lenzuoli appesi sono accatasti uno sopra l’altro oscurando il cielo. I palazzi quasi si appoggiano l’uno all’altro e, come se non bastasse, sono legati insieme da cavi elettrici e panni stesi e traiettorie di dialetto insofferente. È un buio genetico, non esiste una cura.


The sun in Naples is liquid gold. There are the haves and the have-nots. The historical center, by its very being, has very little of it, and living there is like being inside a house of cards. Balconies and hanging sheets are stacked one upon the next blocking the sky. The buildings very nearly lean into each other and, if that weren’t enough, they’re tethered together by electrical wires and laundry and trajectories of dialect between fed-up neighbors. It’s a genetic darkness, there’s no cure.

Ai piani inferiori si sta come in una sala d’attesa. La luce fluorescente presta un alone anemico ai mobili, esagera la rozzezza dei lineamenti. Ti toglie l’abbronzatura, la bellezza, la dignità umana. Senza la meridiana del sole, non sai mai che ore sono, e l’umidità ti accarezza le ossa con le sue gelide mani nodose. La giornata che passa è un’opportunità persa, come una dormita pomeridiana dalla quale ti risvegli stordito e pentito.


Homes on the lower floors are like waiting rooms. The fluorescent lights bathe the furniture in an anaemic glow and highlights your worst features. It robs you of your tan, your beauty, your human dignity. Without a sundial to go by, you never know what time it is, and the dampness strokes your bones with its cold, knobbly hands. The day wastes away, a missed opportunity, like an afternoon nap that you wake up from full of confusion and regret.

Ma già al terzo piano l’attesa è premiata. Una volta al giorno arriva il sole, come un amante che mantiene la sua promessa, posando sul tavolo della cucina una barra di oro puro. È un regalo che ti ricorda che vivi in una città dove come per incanto piove solo di notte, dove il mare sembra argento e le palme ananas, e dove la gente va in giro con un tesoro racchiuso nel petto. È la conferma abbagliante di tutto ciò che intuivi sin dal primo momento: che Napoli è il segreto meglio custodito al mondo. Ma prima di poterlo intascare, quell’oro si è già sciolto, slittato sulle mattonelle e storpiato in un rombo frastagliato, rosicchiato dal buio. La pepita che rimane ti vola dalle mani come una lucciola.

But already on the third floor, your patience is rewarded. Once a day the sun turns up like a lover who keeps a promise, laying a bar of pure gold on your kitchen table. It’s a gift that reminds you that you’re living in a city where magically it rains only at night, where the sea looks like silver and the palm trees like pineapples, and where people walk around with a treasure hidden in their chests. It’s dazzling confirmation that everything you sensed about Naples from the beginning was true: it’s the best kept secret in the world. But before you can pocket that gold, it slips off onto the tiles on the floor, warping into a rhombus whose edges are gradually eaten away by the darkness. The tiny nugget that’s left flies out of your hand like a firefly.
Agli ultimi piani, in cima a sei o sette aerobiche rampe di scale, il sole abbonda per chi ne ha meno bisogno: studenti universitari fuori sede e altri fricchettoni sani di corpo (e un po’ meno di mente) che fanno una vita da vampiri. Il sole è sprecato su di loro come pure la giovinezza. Ma prima o poi la luce del sole abbandona anche l’ultimo piano abusivo, scorrendo sulle facciate dei palazzi come un’aranciata succhiata da una cannuccia. Alla fine resta solo aria. Ma non ti preoccupare, domani rivedrai il sole di Napoli, il più bello di tutti i soli, privo di filtri e carico di speranze. Perché il sole, come il napoletano, si rialza sempre.
On the top floors, at the end of six or seven aerobic flights of stairs, there’s plenty of sun for the very ones who don’t need it: out-of-town university students and other freaks who are healthy in body (but less so in spirit) and who live like vampires. The sun, just like their youth, is wasted on them. Yet sooner or later the sun deserts even the top floor, sliding up the facades of the buildings like orange soda being sucked up through a straw. In the end, all that’s left is air. But don’t worry, tomorrow you’ll see the sun that shines over Naples, the most beautiful of all suns, unfiltered and burning with hope. Because the sun, just like Naples itself, always rises again.
 
(Leggi il primo capitolo del mio romanzo inedito Perduti nei Quartieri Spagnoli https://heddigoodrich.blogspot.co.nz/p/chapter-1.html)
 

Wednesday, November 15, 2017

Quartieri Spagnoli fine estate / end of summer


(Foto di Francesco Escalona,
autore di Giallo tufo [Valtrend, 2011])
Se stai soffrendo le pene d’amore, non c’è posto migliore dove stare dei Quartieri Spagnoli di Napoli. Pure il quartiere conosce l’abbandono, e ti compiange. I vicoli ti stringono in sudaticci abbracci di condoglianze. Le campane delle chiese suonano in una malinconica chiave minore. I venditori ambulanti cantano addolorati, “Maruzzielle! Maruzzielle!”, lasciando dietro di sé una scia di acqua salata.

If you’re lovesick, there’s no better place to be than the Spanish Quarter in Naples. It’s a ghetto that’s been left behind too, and it feels for you. The narrow streets are tight, clammy hugs of condolence. Church bells ring off key. Street peddlers call out mournfully, “Sea snails! Sea snails!” leaving behind their carts a trail of salt water.

Tu invece le lacrime le soffochi, perché i Quartieri non ti lasciano mai solo con il tuo dolore. Dai balconi arrivano sfuriate, pianti, risate amare. I passanti ti accarezzano con gli occhi. Cammina cammina, sopra basoli vulcanici che sono lucenti e butterati come caramelle sputate. Anche durante il piccolo lutto della siesta, il ticchettio solitario delle tue scarpe fa comparire sull’uscio dei bassi le casalinghe, proprio come la pioggia tira fuori i lombrichi. Non dicono niente, non c’è bisogno. Chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato.

But you hold your tears back because the Spanish Quarter won't let you suffer alone. The balconies overflow with fighting, crying, bitter laughter. Passers-by stroke you with long glances. Keep on walking, over volcanic street slabs as shiny and pockmarked as sucked candies. Even during the brief bereavement of the siesta, the pitter-patter of your lonely shoes brings housewives to their ground-floor doorways like the way the rain brings out the worms. They don’t say anything, there’s no need to. What’s done is done.

Il quartiere di storie ne ha viste. E la fine era inevitabile, i segni premonitori già c’erano. Erano scritti negli avvisi funebri che si spellano come vecchi cerotti, e nello spray nero proprio sotto casa: Tonino mi manchi. Nell’intonaco che fatica a cicatrizzarsi dai vecchi terremoti, e nel tufo giallo sotto, il cuore friabile dei palazzi che si sgretola tra le dita. Non hai visto i segni, eh va buo’, è normale. Le calamità succedono quando meno te le aspetti, proprio sul più bello.

The Spanish Quarter has seen it all. And the end was inevitable, the signs were all there. They were written in the funeral posters peeling off like old bandages, and in the words spray-painted in black outside your building: Tonino, I miss you. It was written in the plaster split by old earthquakes and never fully scarred over, and in the yellow tufa stone beneath it, the crumbly heart of the buildings that falls apart between your fingers. You didn’t see the signs, but that’s no surprise. Disaster strikes when you least expect it, at the very best part.

(Leggi il primo capitolo del mio romanzo inedito Perduti nei Quartieri Spagnoli https://heddigoodrich.blogspot.co.nz/p/chapter-1.html)

Wednesday, November 8, 2017

Irpinia estate / summer


È come se il calore si fosse immagazzinato tutta l’estate per fare di quest’ultimo mese una grande uscita di scena. I campi sono assetati, già fieno, eppure il sole non molla. Sporgo una mano dal finestrino della macchina, come facevo da piccola. Il vento caldo è un piumone che mi scivola tra le dita.

It’s as if the summer has stored up its heat so as to go out with a bang. The hills are thirsty, hay already, but the sun just won’t quit. I put my hand out the car window, like when I was a little girl. The hot wind is a comforter that slips through my fingers.

Giriamo a vuoto. Con l’altra mano accarezzo la nuca sudata di lui. Lui mi liscia la coscia con una fame familiare e un poco distratta. Come sempre, ha gli occhi incollati sulla strada che slitta sotto il cofano come un tapis roulant; come sempre, soffoca un sorriso. Mi sfrecciano accanto ruderi di campagna, steli di grano lasciati a maturare, una capra legata al bordo della strada. È un piacevole abbandono, un’illusione di libertà.

We drive aimlessly. With my other hand, I caress the sweat on the nape of his neck. He rubs my thigh with a familiar hunger, a bit distractedly. As always, his eyes are glued to the road that slips beneath the car like a conveyer belt; as always, he’s suppressing a smile. We fly by ruins of old farmhouses, stalks of wheat left to their own devices, a goat tied on the side of the road. It’s a pleasurable sort of neglect, an illusion of freedom.

Il paesaggio spande il profumo di salvia e lo scalpellinino delle cicale, tante insieme come i sonagli di una danzatrice zingara. Zingara lo sono io, non vorrei che la strada finisse mai. Chissà, mi chiedo, cosa si dicono le cicale in quel loro linguaggio strano, tutto sibili e schiocchi. Chissà se è vero che vivono per diciassette anni nel sottosuolo, aspettando in silenzio di uscire per poi passare una sola stagione, una meravigliosa stagione, su questa terra.

From the landscape come the smell of sage and the song of the cicadas, all of them all at once like bells jingling on a dancing gypsy. I’m the one who’s a gypsy, and I never want this road to end. I wonder to myself what the cicadas are saying to each other in that strange language of theirs, all hisses and clicks. I wonder if it’s true that cicadas spend seventeen years underground, waiting in silence to come out and spend just one season, one glorious season, on this earth.

Il sole inizia a cedere, la strada si complica. Destra e sinistra, su e giù. Vuol dire che stiamo rientrando al suo paese, una piccola cicatrice sui monti. Lui toglie la mano dalla mia gamba per mettere in terza, poi in seconda. Il terreno ondulato è geloso del nostro amore, e ci ruba le ultime carezze d’estate.  

The sun is starting to relent, the road becomes more complicated. Right and left, up and down. That means we’re heading back to his town, a tiny scar on the hills. He takes his hand off my leg to shift into third gear, then second. The rolling land is jealous of our love and steals the last of our summer caresses.

Monday, October 30, 2017

Desidero questo


Desidero questo quanto ho desiderato te
tutto quanto, senza compromessi, senza bugie
poter fermare il mondo con un sussurro.
Voglio trovare il luogo dove le nostre bocche
si riconoscono e si cercano già da sempre
dove al buio ci possiamo ubriacare di respiri.
Desidero portarti al mare, al confine della terra
dove tutto è già detto e tutto è già scritto
e non rimane che dire di sì.

I want this as much as I wanted you
all of it, without compromise, without lies
to halt the world with a whisper.
I’m searching for that place where our mouths
find each other again after so very, very long
Where in the dark we get drunk on each other’s breaths
I want to take you to the sea, to the edge of the world
Where everything has been said and everything is written
And there’s nothing left to say but yes.
 

Patient Endurance by Tracie Cheng

Thursday, May 18, 2017

Confessions from the shower


Photo borrowed from https://dengarden.com/
I haven’t written lately but I think of you always, especially in the shower. I have conversations with you in my head, so many fragments of thoughts and confessions to share with you.

Non ti scrivo ma ti penso sempre, soprattutto sotto la doccia. Faccio conversazioni con te nella mia mente, e ho tanti frammenti di pensieri, tante confessioni, da condividere con te.

I haven’t written you much because I’ve been writing too much. Since having the brilliant idea to translate/rewrite my manuscript in Italian, I’ve stayed up many nights with my face lit by a computer screen. A sort of tanning bed that, however, still leaves me looking as white as a vampire. I’ve turned into a collector of phrases, a keen student of the subjective, a living and breathing thesaurus, a health fanatic of punctuation. I figure that I’ll have plenty of time to sleep after I’m dead. It’s an unsustainably nutty phase in which I love words almost as much as my kids, and I’d throw myself into a stormy sea to save them, if it weren’t for the fact that if I die I won’t be able to finish my book. A real dilemma.

Non ti scrivo perché scrivo troppo. Da quando ho preso la decisione geniale di tradurre/riscrivere il mio libro inedito in italiano, passo lunghe nottate con la faccia illuminata dal computer. Mi faccio la lampada di parole, eppure ho la faccia esangue di un vampiro. Sono diventata un collezionista di frasi, una studentessa volenterosa del congiuntivo, un dizionario vivente di sinonimi, un salutista della punteggiatura. Ragiono che avrò tanto tempo per dormire dopo la morte. È un periodo dai ritmi insostenibili in cui adoro le parole quasi quanto i miei figli, e mi getterei pure in un mare tempestoso per salvarle, se non fosse per il fatto che se muoio non riuscirò a finire il libro. Un casino.

I haven’t written you because I don’t know where to start. The thoughts that I send you telepathically in the shower don’t lend themselves easily to words. They are lightbulbs, epiphanies, feelings, fantasies. Or sometimes thoughts that are shameless or all wrong or off the topic. They are tiny and they sparkle like raindrops, little whirlpools of thoughts that form freely in a stream of consciousness. I’d like to catch them but there are so many, they come one after the other and melt into each other. Confessions that I just let slip away down the shower drain.

Non ti scrivo perché non so da dove cominciare. I pensieri che ti trasmetto telepaticamente nella doccia non si traducono facilmente in parole. Sono illuminazioni, epifanie, sensazioni, fantasie. Oppure pensieri sfacciati, sbagliati, fuori tema. Sono piccoli e scintillanti come gocce di pioggia, mulinelli di pensieri che girano a ruota libera in un flusso di coscienza. Vorrei afferrarli ma sono tanti, cadono uno dopo l’altro, si sciolgono. Tutte confessioni che lascio scivolare via per lo scarico della doccia.

It’s not you, it’s me. The problem, I can see now, is thinking that I have to order my thoughts before presenting them to you, to take you on a narrative that goes full circle, to entertain you or give you some sort of insight. But the more I organize my own book, the more my shower confessions become scattered, like many little exploding stars. I’d like to learn to accept them for what they are, value them, tell you about them. I’d like to learn how to drop a comma now and again, and then get into it to the point where I’m dropping commas behind me like a trail of crumbs to find my way home.

Non sei tu, sono io. Il problema, ho capito, sta nel pensare di dover ordinare i miei pensieri prima di presentarteli, di tracciarti un percorso che ritorna al punto di partenza, di farti per forza divertire o riflettere. Ma più metto ordine al mio libro di notte, e più le confessioni sotto la doccia mi arrivano caotiche, come piccole esplosioni stellari. Voglio imparare ad accettarle così come sono, valorizzarle, comunicartele. Voglio imparare a tralasciare qualche virgola ogni tanto, a prenderci gusto al punto di lasciare dietro di me una scia di virgole come briciole per ritrovare la strada di casa.  

Forgive me. I love you. I’ll write more often, even if they are only fragments – disconnected thoughts frayed at the edges, too hoity-toity or childish, without any humor or nutritional value. Bear with me, you know what I’m like.

Perdonami. Ti voglio bene. Ti scriverò più spesso, anche se sono solo frammenti – pensieri sconnessi o sfilacciati, troppo intellettualoidi o troppo infantili, privi di umorismo o di valore nutritivo. Abbi pazienza, sai come sono fatta.

Tuesday, March 7, 2017

Caro Roberto


Roberto Saviano

Caro Roberto


You’re awesome. (Sorry for being overly colloquial, I’m American.) I haven’t even finished reading La paranza dei bambini (Feltrinelli, 2016) and I can already say that you’re awesome. I like the rawness of your story about little Neapolitan punks who aren’t afraid of the Mafia, or of death for that matter. I like your masculine straightforwardness: without beating around the bush, you go straight for the jugular with singularly chosen words. I like how you break off sentences without warning, at just the right moment. It’s effective. Very effective.


Sei un grande. (Scusa il tu, sono americana.) Non ho neanche finito di leggere La paranza dei bambini (Feltrinelli, 2016) e posso già dire che sei un grande. Mi piace la crudezza di questa tua storia di ragazzini napoletani che non hanno paura di nessun boss, figuriamoci della morte. Mi piace la tua schiettezza virile, senza mezzi termini, con parole ben scelte che vanno dritto al bersaglio. Mi piace il tuo modo di troncare le frasi inaspettatamente, al momento giusto. Fa effetto. E tanto.

Reading your novel has made me think about what it means to be a man – about the violence, power and greed that make the world go round. I’m a mom to two little boys and, despite their teariness, they wrestle, compete, roar. I stand around and watch them in awe. I was surrounded by the same amount of testosterone when studying at the “Orientale” in Naples – young intellectual men that I envied for the way they didn’t get hung up on things, for their mastery of the art of cursing, their freedom of thought and life choices, their innate understanding that they could create something, anything – only to destroy it. I envied their yang, their inner Shiva.

Leggendolo mi ritrovo a riflettere su cosa significhi essere maschio – sulla violenza, il potere, l’avidità che fanno girare il mondo. Sono mamma di due maschietti e, nonostante le lacrimucce, ruzzolano, gareggiano, ruggiscono. Li osservo meravigliata, incuriosita. Ero circondata da una simile quantità di testosterone quando frequentavo l’Orientale di Napoli – giovani intellettuali di cui invidiavo l’assenza di ingrippi, l’arte della bestemmia, la libertà di pensiero e di scelte di vita, l’innata consapevolezza di poter fare e disfare a piacere, creare a distruggere. Lo yang, Shiva.

Maybe that’s why I like your hooligan protagonist, Nicolas. And because I like him, I’d like to find out more about his motives. I’d like more stream of consciousness; I’d like to know that someone like him, who knocks over strollers parked on the sidewalk, has a consciousness. I’d like to see more scenes with his seemingly normal family, dialogues with his girlfriend Letizia, observations about those narrow streets so close they could “kiss.” I’d like to understand if his dismal neighbourhood is to blame for his violence, or perhaps the absence of good male role models, or television, or karma, or hormones in the chicken. I’d like to know if something has changed in our modern world or whether it’s just the same old tune over and over again since the time of the Neanderthals.

Forse sono queste qualità a rendermi simpatico il tuo teppista-protagonista, Nicolas. E poiché mi piace, vorrei approfondire di più le sue motivazioni. Vorrei più flusso di coscienza, vorrei sapere che lui – che con lo scooter urta passeggini sul marciapiede – una coscienza ce l’ha. Vorrei vedere più scene in famiglia (a quanto pare, normalissima), dialoghi con la fidanzata Letizia, osservazioni dei vicoletti così vicini da “potersi baciare.” Vorrei capire se quel quartiere degradato è da biasimare per la sua violenza, oppure piuttosto l’assenza di buoni modelli di riferimento maschili, o la televisione, o il karma, o gli ormoni nel pollo. Vorrei sapere se è cambiato qualcosa nel mondo di oggi oppure se è sempre la stessa vecchissima canzone che si ripete a tormentone sin dai tempi dei Neanderthal.

Maybe you don’t know either and that’s why you write about these things. I too write in order to unravel the mysteries that dog me in my own life. Therefore, I don’t expect or demand that the final pages of your book will be able to answer the question: what is a man? Because if you pull that one off, you’re not just awesome, you’re a god.

Forse non lo sai neanche tu ed e per questo che ci scrivi. Anch’io scrivo per tentare di sbrogliare quei misteri che mi tormentano nella vita. Quindi non mi aspetto e non esigo che le ultime pagine del tuo libro mi daranno una vera e propria risposta alla domanda, cos’ è un uomo? Perché se lo fai, non saresti solo un grande, ma un dio.


Sincerely, / In fede, Heddi Goodrich