Monday, October 31, 2016

Sneak peak p.1


Photo by Laura Basco
“Heddi.”

I heard my name pronounced as no one had in years, like a person might say the name of an exotic species. Rising into a question but mastered – subtle aspiration, short vowels and all – as if it had been breathed in private again and again until it could unravel with startling casualness. No other sound in all of the Spanish Quarter, not a woman screaming bloody cheater or a gun popping with the thrill of vendetta, could have made me to turn away from that murmuring fireplace on such a cold night.

“Heddi.”

Sentii il suono del mio nome come non lo sentivo da anni, come il nome di una specie esotica. Pronunciato con tono interrogativo ma perfezionato, come se fosse stato recitato più e più volte – con tanto di respiro sottile e vocali corte – fino a srotolarsi sillaba per sillaba con una disinvoltura stupefacente. Nessun altro suono in tutti i Quartieri Spagnoli, né l’urlo micidiale di una donna tradita né una raffica di pallottole in un raptus di vendetta, mi avrebbe fatto allontanare dal caldo brusio del camino in una notte così gelida.

There stood a boy – a man – his mouth tightened like he’d said his bit and now it was my turn. His shirt was tucked in at the waist, rolled up at the arms and strained at the heart, a handy breast pocket barely managing a pack of cigarettes. Nothing like the other guests, who hid their wholesome Italian upbringing under hard-won dreadlocks and threadbare jackets. Despite the hour, their secondhand scent, of patchouli and thrift shops and hashish, still hung in the kitchen, its sweetness fusing with the flat beer and the drying saffron risotto. Clearly, he wasn’t from our tribe of linguists, the Istituto Orientale. Yet he was standing there, a lake still and deep with purpose.

Davanti a me c’era un ragazzo, un’uomo, con la bocca stretta come se avesse già detto la sua e ora toccava a me. Aveva la camicia infilata nei jeans, le maniche rimboccate fino al gomito e un utilissimo taschino, proprio sopra il cuore, teso dallo sforzo di contenere un pacchetto di sigarette. Niente a che vedere con gli altri ospiti, che nascondevano un’infanzia più che salutare sotto giacche punkabbestia e rasta così faticosamente conquistati. Nonostante l’ora, il loro profumo – di patchouli e hashish e vestiti di seconda mano – aleggiava ancora nella cucina, dissolvendosi dolcemente negli odori di birra sgasata e risotto allo zafferano. Lui ovviamente non proveniva dalla nostra tribù di linguisti dell’Orientale. Eppure se ne stava là, con la quiete intensa di un lago profondo.

“Here, I made this for you,” he said, fishing something out of his jeans pocket. Definitely a southern Italian accent, if not Neapolitan. His hand quivered, a slight ruffle, as he handed me a cassette tape in its homemade case. Per Heddi, it read, beginning with a capital H and ending with an inky splash, the dot on my long-forgotten i.

“Tieni, l’ho fatta per te,” disse, tirando qualcosa fuori dalla tasca del pantalone. Aveva senza dubbio la cadenza meridionale, se non napoletana. La mano gli tremò, un leggerissimo agitare delle acque, mentre mi tese una cassetta in una custodia decorata a mano. Per Heddi, c’era scritto, proprio così, a cominciare dalla H maiuscola fino a uno schizzo d’inchiostro, il puntino sopra quella i che quasi non ricordavo più di avere.

This threw me. It was often the spelling of my name that derailed its pronunciation, for then it was easy to take it to its literal extreme, with a melodramatically elongated e and the d duly hardened by consonant doubling, which southern Italians took so very much to heart. That the H was ignored was entirely forgivable, for in Naples breathiness was reserved exclusively for laughter. Eee-dd-i. “As in Eddie Murphy?” people would ask and I would simply nod. I didn’t mind as much as I should have. Heddi was before and Eddie was now.

Ne fui destabilizzata. Era proprio lo spelling del mio nome che spesso ne deragliava la pronuncia, perché allora era facile portarlo al suo estremo letterale, con la e melodrammaticamente allungata e la d doverosamente rinforzata dalla geminazione consonantica, che al Sud si prendeva tanto a cuore. Era del tutto perdonabile che la H venisse trascurata: a Napoli l’espirazione era riservata esclusivamente al riso. “Come Eddie Murphy?” mi dicevano e io annuivo e basta. Non mi dispiaceva poi così tanto. Heddi era prima, Eddie era adesso.

Sunday, September 25, 2016

The very last bite

Salvador Dali's Basket of Bread, 1945    
(image from Wikipedia)
If you’re anything like me, you fall in love with certain words. Love at first sight (or at first hearing), penetrating into your very being, expressing you like no one else can, and eventually – as you get accustomed to using the word in speech and on paper – dissolving into a comfortable and somewhat sloppy friendship, like an old tattoo.

Se sei un po’ come me, ti innamori di parole particolari. Un colpo di fulmine che ti penetra nel profondo, che esprime la tua vera essenza come nessun’altro sa fare e che, col tempo – man mano che ti abitui ad usare la parola nel discorso parlato e scritto – si dissolve in un affetto familiare e un po’ sciatto, come un vecchio tatuaggio.

Here’s my latest crush: concludente. More than just “conclusive,” it’s used in Italian to describe a person who sets goals and then reaches them, who brings things to their conclusion. Sometimes to this tired mom, despite the iron supplements, Concludente seems like Everest. But the alternative is to be inconcludente. A quitter.

Ecco l’ultima cotta che ho preso: il termine concludente. Non corrisponde davvero a “conclusive” in inglese, quando si usa per parlare di una persona che fissa degli obiettivi e poi li raggiunge, che li porta a conclusione. A volte agli occhi stanchi di questa mamma, nonostante gli integratori di ferro, Concludente sembra piuttosto Everest. Ma l’alternativa è essere inconcludente. Un perdente.

I generally think of myself as concludente. After all, I’ve travelled, finished a Master’s degree, forged life-long friendships, carried through two pregnancies, worn my shoes until there was nothing left of the soles. But this may be only because I’ve led a privileged life, for I fear that I have an underlying tendency to be weak and inconcludente.

In linea di massima mi considero una persona concludente. Dopo tutto, ho viaggiato, ottenuto la laurea, stretto amicizie longeve, portato a termine due gravidanze, indossato le mie scarpe finché non si consumassero le suole. Ma è possibile che tutto ciò sia dovuto semplicemente al fatto di aver avuto una vita privilegiata: ho il terrore che sotto sotto io abbia la tendenza invece ad essere debole e inconcludente.

I often leave the last bite of my sandwich. Why? I suddenly feel that I’m just so unbearably full I couldn’t possibly continue eating. Or I leave the last clothes to fold in the laundry basket. A bone-deep ennui sweeps over me until I just can’t bear sitting there matching those last two socks and folding that last t-shirt. And every time as I walk away, from that sandwich, those socks, I’m battling within myself and wondering why I choose to sabotage something that I could so very easily bring to a neat conclusion. And if I can’t finish a sandwich, then how am I ever going to publish a book?

Spesso lascio sul piatto l’ultimo boccone del mio panino. Come mai? Perché all’improvviso mi sento così insopportabilmente strapiena che non tollero l’idea di continuare a mangiare. Oppure abbandono gli ultimi panni da piegare nella cesta del bucato. Mi viene un’insofferenza fino al midollo per cui non sopporto di stare seduta lì ad abbinare l’ultimo paio di calzini e piegare quell’ultima maglietta. E ogni volta che mollo quel panino, quegli calzini, c’è una lotta interiore: mi chiedo perché scelgo di sabotare una cosa che con estrema facilità potrei portare a termine. E se non riesco a finire un panino, come farò mai a pubblicare il mio romanzo?

I love words. I love how they make me feel, how I can connect with other people through them to explore the human condition. Writing is a big deal to me; other than being a mom, it may even be my purpose in life. And right now, more than ever, with my manuscript so polished and yet so meaningful, I must be concludente. I have to overcome my fear of further rejection, nausea and self-loathing and take that very last bite. I have to keep reminding myself that I’m not alone, that all of you are with me on this journey.

Adoro le parole. Adoro le sensazioni che mi regalano e come riesco a trasmetterle poi ad altri attraverso un’esplorazione della condizione umana. Scrivere per me è una cosa importante; dopo i figli è forse la mia ragione di vita. E adesso più che mai, con il mio manoscritto così eloquente ma allo stesso tempo di un certo peso, devo dimostrarmi concludente. Devo superare la mia paura di ulteriori rifiuti, della nausea, e dell’auto-disprezzo, e mangiare quell’utimo morso. Devo continuare a ricordarmi che non sono sola, che tutti voi mi state accompagnando lungo questo cammino.

This week thank you in particular to fellow traveller Daniela Barbieri (http://aromaapiedi.blogspot.co.nz/), for your support, for being somehow once more, even at a great distance, on my same wavelength. I have no words.

Questa settimana grazie in particular modo a Daniela Barbieri (http://aromaapiedi.blogspot.co.nz/), compagna di viaggi, per il suo sostegno e per essere stata, ancora una volta e nonostante le distanze geografiche che ci separano, sulla mia stessissima lunghezza d’onda. Non ho parole.

Saturday, September 10, 2016

Writing rainbows

Let’s be honest, I only blog when I feel the inspiration. And when I have a computer.

Diciamoci la verità, scrivo nel blog solo quando mi viene l’ispirazione. E quando ho un computer.

A couple weeks ago my three-old-year decided that my laptop needed watering. Because computers are like flowers; they need to grow. Because they get hot and like to cool off in the shower. Because they make a really cool sound when they get watered.

Un paio di settimane fa mio figlio di tre anni ha deciso che il mio portatile aveva bisogno di essere innaffiato. Perché i computer sono come i fiori; devono crescere. Perché sentono il caldo e vogliono rinfrescarsi sotto la doccia. Perché fanno un verso fichissimo quando li innaffi.

The sound is somewhere between a hissing snake and a huge bag of potato chips getting thrown across the room. Or a cross between squid rings sizzling in a deep-fryer and a lightning storm zapping all the power out of the neighbourhood. Then silence, and total darkness.

Il rumore è una via di mezzo tra il sibilo di un serpente e un enorme pacco di patatine che viene scaraventato dall’altra parte della stanza. O un incrocio tra lo sfrigolio dei calamari nell’olio bollente e un temporale con fulmini che fa mancare la corrente in tutto il vicinato. Poi silenzio, e buio totale.

First I couldn’t speak. Then I got really loud. And then for the next ten days my aimless hands, so accustomed to typing brilliant ideas, surrendered to housework. Soups bubbled on the stove, laundry got stacked in neat little piles. The toilet bowl sparkled, almost winked. And I hated every minute of it.

All’inizio non riuscivo a parlare. Poi ho ritrovato la voce, eccome. E poi per i seguenti dieci giorni le mie mani inutili, così abituate a battere sulla tastiera idee geniali, si sono arrese ai lavori domestici. Minestre sobbollivano sui fornelli, i panni erano piegati e accuratamente impilati. La tazza del gabinetto splendeva, quasi ammiccava. E ne ho odiato ogni singolo istante.

Finally, a new computer turned up and the house reverted back to its old self. And my little boy took a shining to a new toy: a Jurassic keyboard, his “computer.” Yesterday on our way to see friends, he insisted on taking it with him in his carseat, so as I buckled him in I showed him where the numbers were and where the letters were.

Finalmente un nuovo computer è comparso e la casa è ritornata in sé. E mio figlio più piccolo si è fissato con un nuovo giocattolo: una tastiera giurassica, il suo “computer.” Ieri, uscendo di casa per andare a trovare degli amici, ha insistito nel portarlo con sé nel seggiolino auto, e allora mentre gli allacciavo la cintura di sicurezza gli ho fatto vedere dove si trovavano i numeri e dove invece stavano le lettere.

“Is this a snake?” he asked, in Italian, pointing to the space bar.

“È un serpente?” mi ha chiesto, indicando la barra spazio.

As I drove, he began typing vigorously. “What are you doing, honey?”

Mentre guidavo, si è messo a battere forte i tasti. “Che fai, amore?”

“I’m writing.” Duh, mommy.

“Sto scrivendo.” Ma sei scema, Mamma?

“What are you writing?”

“Cosa scrivi?”

“A rainbow. A rainbows of colors.” Then suddenly, “Mommy, a truck! A truck!”

Un arcobaleno. Un arcobaleno di colori.” E poi all’improvviso, “Mamma, un camion! Un camion!”

I nearly slammed on the brakes. Let’s just say I’m a vigilant driver, especially with my most precious goods in the car. But there was not even an ice cream truck in sight.

Per poco non schiacciavo il freno. Diciamo solo che sono un autista attento, soprattutto quando sto trasportando la merce più preziosa al mondo. Ma non c’era neanche un camioncino del gelato in vista.

“No, Mommy, in the computer! Trucks are coming out my computer!” And he mimicked that crashing, spitting, ear-splitting, heartbreaking noise that I hoped to never hear again, otherwise known as the death of the motherboard. Then silence.

“No, Mamma, nel computer! I camion stanno uscendo dal mio computer!” E ha replicato quel rumore: un’emissione, un patatrac così assordante, così straziante che speravo di non sentirlo mai più in tutta la mia vita, ovverosia la morte della scheda madre. Poi il silenzio.

“Are the trucks all out now?” I asked, turning onto the highway.

“Sono usciti tutti i camion?” gli ho chiesto, imboccando l’autostrada.

“Oh yes. Now I can write again.”

“Sì sì. Adesso posso scrivere di nuovo.”

Sunday, August 14, 2016

One Two Blue

I get to write only after my two young boys are asleep. By the time I sneak away from their bunk bed, the sun has drained away, and the moon is rarely out working its magic, and honestly speaking often I’m tired. Tired like only moms can be, like a rag on the floor. So sometimes I just need a little inspiration to get started on my creative writing, something stronger than white tea or dark chocolate.

Posso scrivere soltanto dopo che i miei due maschietti si sono addormentati. Quando finalmente riesco a sgusciare via dal loro letto a castello, il sole si è ormai spento, e la luna raramente esce per fare la sua magia, e sinceramente spesso sono stanca. Stanca come lo possono essere soltanto le mamme, come uno straccio per terra. Allora a volte ho bisogno di un po’ di inspirazione per cominciare a scrivere, qualcosa di più forte del tè bianco o del cioccolato fondente.

My inspiration is a mantra. Three, actually. They get the brain thinking sideways until milk and honey are spilling like a full moon across the floor of my study, and instead of phrases I get strings of pearls. If these mantras appear nonsensical, it’s because you’re thinking with your brain, like a grown-up. Because they were uttered, in Italian, by a three-year-old not yet spoiled by the world.

La mia ispirazione è un mantra. Anzi, tre. Conciliano il pensiero laterale finché latte e miele non si versano come una luna piena sul pavimento dello studio, e invece delle frasi mi vengono fili di perle. Se questi mantra sembrano controsensi, è perché stai pensando col cervello, come un adulto. Perché sono stati pronunciati, in italiano, da un bambino di tre anni non ancora corrotto dal mondo.

1) It’s the trees that blow the wind. My little boy pointed this out to me one very gusty day as I was pulling him out of his car seat. The trees around our house were shaking like pompoms, actually they were shaking themselves and creating a great deal of wind in the process. That day the wind kept going until the trees finally decided to stop blowing.

1) Sono gli alberi che fanno il vento. Mio figlio piccolo me l’ha fatto notare in una giornata ventilata mentre lo tiravo fuori dal seggiolino auto. Gli alberi intorno casa nostra si agitavano come pompon, ineffetti si scuotevano da soli, producendo così un bel po’ di vento. Quel giorno il vento ha continuato a soffiare finché gli alberi non hanno deciso di smettere.

2) One two blue. Yes, why can’t a color be a number, especially if it’s your favorite? All wonderful things should be listed and counted, without ugly boundaries between them.

2) Uno due blu. E infatti, perché poi un colore non può essere un numero, soprattutto se è il tuo colore preferito? Tutte le cose belle dovrebbero essere elencate e contate, senza brutte distinzioni tra di loro.

3) Carrots get can itchy too. Having dermatitis, my three-year-old knows a thing or two about itches. And about scratching them, with nails, with a hair comb, with just about any rough object. It’s a consolation to know that carrots also feel itchy sometimes and that there’s a simple solution: grate them.
 
3) Anche le carote soffrono di prurito. Essendo afflitto da eczema, mio figlio di tre anni ne sa qualcosa di prurito. E anche di come allievarlo grattando, con le unghie, con un pettine, con qualunque oggetto ruvido. Si consola nel sapere che anche le carote soffrono di prurito ogni tanto, con una soluzione molto semplice: grattugiarle.


More inspiration: white tea and Noemi Cuffia

Friday, July 29, 2016

Walk the walk

Photo by Andrea Haffner (www.andreahaffner.com)
When I first realized that I was writing in my head, I was looking down at my shoes gliding over the concrete pathway at my school, and it was a beautiful thing. Cracks raced like lightening bolts, brown fall leaves let out satisfying crunches, and weeds demonstrated that can-do attitude I was supposed to be developing. I thought everybody wrote sentences in their head describing the world around them, and I didn’t know that “writer” was a job. I was nine and my shoes were blue.

L’attimo in cui mi resi conto per la prima volta che scrivevo delle frasi in testa, guardavo le mie scarpe che scorrevano sopra il sentiero di cemento a scuola, e fu bellissimo. Crepe sfrecciavano come fulmini, foglie d’autunno marroni emettevano scricchiolii soddisfacenti, ed erbacce dimostravano quell’atteggiamento intraprendente che la scuola cercava di inculcarmi. Pensavo che tutti quanti scrivessero frasi in testa descrittive del mondo circostante, e non sapevo che “scrittore” fosse un mestiere. Avevo nove anni e le scarpe blu.

Later those feet would take me up the crater of Mt Vesuvius, between the columns of the Acropolis in Athens and the temples of Angkor Wat, and to the blue edge of a glacier in New Zealand. I have had the good fortune in life to walk and walk and walk. Yet the closest I’ve come to an actual pilgrimage was the Sentiero degli Dei high up on the Amalfi Coast. And the only thing truly spiritual about it – besides the mind-bending views and death-defying path hewn out of the cliff – was the pack of butter cookies I left at the end as on offering on the steps of the San Domenico convent.

In seguito quei piedi mi portarono sul cratere del Vesuvio, tra le colonne dell’Acropoli di Atene e i templi di Angkor Wat, fino all’orlo blu di un ghiacciaio neozelandese. Nella vita ho avuto la fortuna di camminare, e tanto. Ma l’unico percorso che ho mai fatto che assomiglia a un pellegrinaggio è il Sentiero degli Dei, sui monti della costiera amalfitana. E l’unico aspetto davvero spirituale – oltre alle viste strabilianti e il sentiero, scolpito nella roccia, che sfida la morte – fu ineffetti il pacco di biscotti al burro che infine lasciai in dono sui gradini del convento di San Domenico.

Nothing like the pilgrimage of an Italian woman I’ve recently befriended. After once blurting out that if she ever managed to graduate from Bologna University she would walk the Via Francigena to Rome, Daniela is now walking that walk. A pilgrimage in medieval times, the road for her is the fulfilment of an impulsive promise to her young self – and aren’t impulses sometimes the most direct, unfiltered route to the wider universe? In this very moment, Daniela is beginning her 500-km walk of the Via Francigena, from Lucca to Rome, to raise funds for the grounds behind the basilica of Saint Francis in Assisi. To help plant an olive tree in this peaceful spot, make a donation at https://gogetfunding.com/danielas-volunteer-trip/ or visit Daniela’s blog http://aromaapiedi.blogspot.co.nz/ .

Niente a che vedere con il pellegrinaggio di una donna italiana che ho conosciuto di recente. Dopo che le scappò di bocca la promessa che, se mai fosse riuscita a laurearsi all’Università di Bologna, avrebbe percorso la Via Francigena fino a Roma, ora Daniela parla con i fatti…o con i piedi. Un pellegrinnagio nel medioevo, il percorso per lei è il mantenimento di una promessa fatta d’impeto a se stessa anni fa – e non sono a volte gli impulsi la via più diretta, più libera al vasto universo? In questo stesso istante, Daniela sta iniziando un percorso di 500 chilometri a piedi  lungo la Via Francigena, da Lucca a Roma, facendo una raccolta fondi per il Bosco di San Francesco d’Assisi. Per aiutare a piantare un ulivo in questo luogo di pace, puoi donare qua https://gogetfunding.com/danielas-volunteer-trip/ oppure visitare il blog di Daniela http://aromaapiedi.blogspot.co.nz/ .

Why do we walk? To see our world, to meet fellow travellers, to carve out a parenthesis of reflection in the tornado of our lives? Nel mezzo del cammin di nostra vita, Halfway down the road of life, wrote Dante in 1309. And isn’t life itself just like that, a road, a walk? An x to an x with no map and no clear purpose, with a lot of head-scratching and blisters and heartbreak in between, and yet we do it anyway.

Perché camminiamo? Per vedere il mondo, incontrare compagni di viaggio, creare una parentesi per riflettere nel mezzo del tornado della vita? Nel mezzo del cammin di nostra vita, scrisse Dante nel 1309. E non è proprio così la vita, una via, un cammino? Una x fino ad un’altra x senza una mappa e senza uno scopo preciso, con tanto di smarrimento e vesciche e miseria, eppure lo facciamo lo stesso.

Apparently, on the Way of Saint James (or Camino de Santiago) pilgrims greet each other with the word Ultreia, meaning “onward” or “let’s go further,” followed by the reply Sesuia, meaning “let’s go higher.” I like this. And I think that if life is a walk, we should be saying this to each other in everyday life. Not hi or see you later but onwards and upwards, encouraging each other along this rocky, teetering path. Ultreia, sesuia! For it is only on this walk that we might be able to find some gem of truth, maybe hiding in a crack, a leaf, the weeds.
 
A quanto pare, sul Camino de Santiago i pellegrini si salutano con la parola Ultreia, che significa “avanti” o “andiamo oltre,” seguita dalla risposta Sesuia, che significa “andiamo più in alto.” È una cosa che mi piace. E credo che, se la vita è un cammino, dovremmo parlarci così nella vita quotidiana. Non salve o ci vediamo ma avanti e più in alto, incoraggiandoci lungo questa via rocciosa e vacillante. Ultreia, sesuia! Perché è solo lungo questa strada che potremmo trovare qualche gemma di verità, magari nascosta in una crepa, una foglia, tra l’erbaccia.

Wednesday, July 6, 2016

My muse

Amy Winehouse
If you’re wondering, and you’re probably not, why I haven’t written in a while, well, you can blame it on my muse. She came in a tornado of words and then left me wasted. I feel so used.

Se ti stai chiedendo, e probabilmente non è il caso, perché non scrivo da un po’, beh, puoi dare la colpa alla mia musa. È arrivata in un vortice di parole per poi lasciarmi sfinita. Mi sento usata.

According to a Woody Allen film I watched last night, behind the literary ambitions of male writers with small testicles is a beautiful young woman, a real-life muse. To write well, I too need a muse, and although mine is not of the flesh-and-blood kind, she is definitely a woman. Something between a goddess and a diva, an Amy Winehouse of sorts, my muse is fine-boned and no-nonsense, fragile and sexy, an old soul on the verge of a nervous breakdown.

Secondo un film di Woody Allen che ho visto ieri sera, dietro le amibizioni letterarie di scrittori maschi dai testicoli piccoli c’è una bellissima donna giovane, una musa nella vita quotidiana. Pure io per scrivere bene ho bisogno di una musa, e anche se la mia non è una in carne ed ossa, è senz’altro femmina. Un incrocio tra dea e diva, una specie di Amy Winehouse, la mia musa è di lineamenti sottili e modi non negoziabili, è fragile e sexy, un’anima che dopo tante reincarnazioni si trova sull’orlo di una crisi di nervi.

She arrives in a balmy storm, the edge of a Pacific cyclone, and whispers tingling phrases into my ear. As I cook the kids pancakes, she bosses me around until I run to the chalkboard to get it all down. She follows me to the playground or the zoo, and I end up with words tattooed up my arms until I can get home. In the dark on the verge of sleep, my muse creaks open the curtains and breathes into my hair, and the only way to get her to leave is to get up and bathe in the blue light of the computer. It’s all exhilaration and alliteration, music and diamonds; it’s like being in love. A few recent blasts of her have left only the bones of my original manuscript and fleshed it out in her likeness.

Arriva in una tempesta calda, l’orlo di un ciclone nel Pacifico, e sussurra parole che mi vibrano nell’orecchio. Mentre preparo le frittelle ai bambini, lei mi comanda a bacchetta finché non corro alla lavagna per annotare il tutto in gesso. Mi segue fino al parco giochi o allo zoo, e finisco con le braccia tatuate di parole fino al rientro a casa. Al buio nel dormiveglia, la mia musa apre uno spiraglio della tenda e mi sospria nei capelli, e l’unico modo per scacciarla è alzarmi per immergermi nella luce blu del computer. È tutta eccitazione e allitterazione, musica e diamanti, è come essere innamorati. Sono bastate poche di tali raffiche recenti perché lei lasciasse soltanto le ossa del mio manoscritto originale e lo rimpolpasse nella sua immagine.

Her abrupt departure leaves my hair tied in knots, my eye make up smudged, the sky flat. She is to blame for my subsequent migraines, low blood pressure and iron deficiency. And I’m counting the days till I can see her again.

La sua partenza improvvisa mi lascia con i capelli annodati, il trucco intorno agli occhi sbavato, il cielo appiattito. Do la colpa a lei per le mie successive emicranie, pressione bassa e carenza di ferro. E sto contando i giorni che mancano al suo ritorno.

Wednesday, June 8, 2016

Matters of the heart


Photo by Daniela Benemerito
The only way to truly put an end to that dream I was dreaming called The Endless Summer was that good old stingy slap called The Southerly Wind. That heartless wind straight off the South Pole that reminds us why it is that New Zealand is home to the little blue penguin. Thanks for that, I’m awake now.

L’unico vero modo di porre fine a quel sogno che stavo facendo di nome L’estate infinita era ineffetti un bello schiaffo pungente di nome Il Vento del sud. Quel vento senza cuore proveniente direttamente dal Polo Sud che ci ricorda il perchè in Nuova Zelanda ci vive il piccolo pinguino blu. Grazie mille, sono sveglia adesso.

But on Saturday my little family braved the playground. By the slide I touched my youngest boy’s hand and said, in Italian, “Your hands are cold.” Then I remembered what everybody in Naples used to say whenever they happened to grab my hand: Cold hands, warm heart. Never was a truer word said of this romantic, anaemic girl.

Ma sabato scorso la mia famigliola si è avventurata al parco giochi. Accanto allo scivolo sfiorando la mano di mio figlio più piccolo ho detto, “Hai le mani fredde.” Poi mi è venuto in mente ciò che dicevano tutti quelli che a Napoli mi afferravano la mano: Mani fredde, cuore caldo. E mi avevano azzeccata, una ragazza così romantica, così anemica.

At some point on Saturday I lost my keys. Because we were using my husband’s set, it wasn’t until the next day that I figured out I’d probably dropped them way back at the playground. Although a hassle, the keys would be replaceable, even the expensive remote car key – but not the key ring given to me by a dear friend, a fat red heart, crocheted and stuffed with cotton. Much like my own heart, it’s easy to spot and mushy on the inside.

Ad un certo punto sabato ho perso le chiavi. Siccome usavamo il mazzo di mio marito, soltanto il giorno dopo ho dedotto di averle fatto cadere probabilmente in quel parco giochi. Nonostante la scocciatura, le chiavi erano sostituibili, anche la costosa chiave auto con telecomando – ma non lo era il portachiavi, un regalo di una cara amica, un grosso cuore rosso a uncinetto inbottito di ovatta. Proprio come il mio vero cuore, è ben visibile da lontano e molliccio all’interno.

But Kiwis generally have a heart of gold, and on Sunday afternoon I found my keys right there at the playground, vividly and spotlessly laid out on a large rock, key ring and all. As I headed back to the waiting car, I smiled and skipped through the dry leaves literally wearing my heart on my sleeve, marvelling at my stroke of luck.

Ma in genere i neozelandesi hanno un cuore d’oro, e domenica pomeriggio ho ritrovato le mie chiavi proprio là al parco giochi, posate vividamente e candidamente su una grande roccia, portachiavi incluso. Mentre mi riavviavo verso la macchina in attesa, sorridevo e saltellavo tra le foglie secche, letteralmente col cuore in mano, meravigliata dalla mia botta di culo.

They say the heart wants what the heart wants, you can’t govern it. And after a night of neglect in the bitter cold, it would have been understandable if my electronic key gave me the silent treatment and didn’t let me back in the car. But when I pointed it, red heart and all, at the car and pressed the little button, the car immediately went flash flash. Click. Aaah, the glorious sound of forgiveness.
 
Dicono che al cuore non si comanda. E sarebbe stato comprensibile se la mia chiave elettronica, dopo un’intera notte trascurata nel freddo pungente, mi avesse tenuto il muso e sbarrato l’accesso alla macchina. Ma quando l’ho puntata, cuore rosso e tutto, in direzione della macchina e ho premuto il pulsantino, la macchina ha subito fatto flash flash. Click. Aaah, il glorioso suono del perdono.