Saturday, March 28, 2015

Satellites that pass in the night


A detail of one of my paintings
At the end of this blog post, you’ll think I’m superstitious. Or nuts.

Alla fine di quest’articolo capirai che sono superstiziosa. O pazza.

You should know that I’m one of those super-healthy moms – organic beans, face yoga, goji berries. My problem is that under stress I don’t have the usual outlets: alcohol, cigarettes, free time. Writing would be the best stress releaser but it’s also a time hog…

Dovete sapere che io sono una di quelle mamme fin troppo sane – del tipo fagioli biologici, yoga per la faccia, bacche goji. Il mio problema è che nei momenti di stress non ho i soliti sfoghi: alcool, sigarette, tempo libero. La scrittura sarebbe lo sfogo ideale, ma è anche ladra di tempo…

In certain ways, this past year has been tough: financial problems, the death of the my father-in-law, more rejection letters from literary agents, fighting with my husband – due often to nothing more than envy at how good he is at allowing himself those outlets.

Quest’anno passato è stato, per certi versi, tosto: problemi finanziari, la morte di mio suocero, ancora lettere di rifiuto da parte di agenti letterari, scontri con mio marito – dovuti se non per altro all’invidia di quant’è bravo a concedersi quegli sfoghi.

Solution: a session with a medium who talks to angels. That I’m not a Christian could be an indication that I hit rock bottom, but angels are pretty cool. Especially if they can tell me how the hell to publish my book.

Soluzione: una seduta spiritica con una sensitiva che parla con gli angeli. Il fatto che non sono cristiana potrebbe indicare di aver toccato il fondo, ma gli angeli mi stanno simpatici. Soprattutto se possono dirmi come diavolo pubblicare il mio libro.

But after missing our appointment for the third (!) time, finally the medium brought up the idea in an email that maybe the universe doesn’t want us to meet. I mean, not just yet another rejection from an agent, but a rejection from the universe!

Ma dopo aver mancato all’appuntamento ben tre volte, alla fine la sensitiva ha suggerito in una mail l’ipotesi che forse l’universo non vuole il nostro incontro. Insomma, non semplicemente l’ennesimo rifiuto letterario, ma un rifiuto universale!

I won’t lie: I cried bitter tears, like a broken dam. I’d been abandoned by the cosmos! After a while, though, I got bored. The house was silent and dark; everyone was asleep. I peeked outside and saw a moon making a good effort at looking full. So I went outside on the deck in my pyjamas to look at the sky.

Non vi nego che ho versato lacrime amare, tipo diga rotta. Ero stata abbandonata dal cosmos! Dopo un po’ però mi sono scocciata. La casa era silenziosa e buia, dormivano tutti. Ho sbirciato fuori una luna che faceva un buono sforzo ad apparire piena. Allora in pigiama sono uscita fuori al terrazzo a guardare il cielo.

New Zealand stars rarely disappoint. Neither do the satellites. I wondered to myself, “Who knows if I’ll see a satellite tonight, despite the moonlight?" The universe might well have forsaken me but maybe not mankind…And no sooner had I lifted my gaze than I saw one. Fast, straight, determined, nosediving towards the sea.

In Nuova Zelanda le stelle raramente deludono. E neanche i satelliti. Chissà, ho pensato, se vedrò qualche satellite stasera, nonostante il chiarore di luna? L’universo mi avrà pure abbandonata, ma forse l’uomo no…E appena ho alzato lo sguardo ne ho visto uno. Veloce, dritto, determinato, giù in picchiata verso il mare.

I slightly shifted my gaze. Wow, another satellite! This one was racing in the other direction, falling towards downtown. What are the chances that a person wishing to see a satellite sees two in the same moment? Two completely unaware of each other but whose paths were about to cross. I watched them incredulous until they crossed each other, carving an “x” into the sky.

Ho girato leggermente lo sguardo. To’, un altro satellite! Questo però sfrecciava nell’altro verso, precipitando nella direzione del centro. Quali sono le probabilità che uno, sperando di vedere un satellite, ne vede due nello stesso istante? Due completamente ignari l’uno dell’altro i cui percorsi però stavano per incontrarsi. Li ho fissati incredula finché si sono incrociati, intagliando una “x” nel cielo.

Then I went inside and slept and slept.

Poi sono rientrata in casa e ho dormito e dormito.

Sunday, March 8, 2015

Back in the black hole


I’ve been sucked back into that black hole again. That deep, dark, sleepless hole known as “copyediting at night after the kids have gone to bed.” An even more desolate hole than usual since this latest academic volume I’m editing is about the embryological themes of Taoist meditation practices—basically, a return to the womb.

Sono stata nuovamente risucchiata da quel buco nero. Quel fosso profondo, buio e insonne conosciuto anche come “fare revisioni di notte dopo che i bambini sono andati a letto.” Un buco più desolato del solito dato che il volume accademico che mi tocca questa volta parla dei temi embriologici della meditazione taoista —ineffetti, un ritorno all’utero.

In my little dark hole (which I’ve surely dug myself), I’ve discovered a few things about myself as a copyeditor:
 
E all'interno del mio piccolo buco scuro (una fossa la quale ho sicuramente scavato con le mie stesse mani), ho scoperto un paio di cose di me stessa come redattrice di testi:

1)      In the middle of the night, despite three cups of tea, I do make mistakes—especially with semi-colons;

1)   A notte fonda, nonostante le tre tazze di tè, di errori ne faccio—soprattutto con la punta e virgola;

2)      Copyediting someone’s bibliography is like changing diapers: it’s messy and thankless but somebody has to do it;

2)   Correggere la bibliografia di un altro è come cambiare un pannolino: è un lavoro sporco e ingrato ma qualcuno lo deve pur fare;

3)      My forte is not editing the technical details, which is in fact straightforward “copyediting” (like what I’m doing now), but editing ideas, what they call “developmental/substantive editing.” Even at one in the morning, I’m able to discern an academic’s thought from a labyrinth of words and reweave it so that it makes sense—taking it from total gibberish to actually interesting. How am I able to do this? Because I can read minds.

3)   Il mio forte non è la revisione dei dettagli tecnici, ciò che è ineffetti la revisione vera e propria (come quella che sto facendo ora), ma piuttosto la revisione delle idee, quello che chiamano in inglese “developmental/substantive editing.”Anche all’una del mattino, sono in grado di percepire il pensiero di un accademico in mezzo a un labirinto di parole e di reintrecciarlo in maniera tale da renderlo comprensibile—insomma, lo trasformo dal delirio più totale a qualcosa di effettivamente interessante. Com’é che ci riesco? Perché leggo nel pensiero.

But if I’m so good at untangling other people’s messes, I ask, why can’t I unravel my own? Certainly, a little sleep wouldn’t hurt.
 
Ma se sono così brava a sciogliere i garbugli altrui, come mai, mi chiedo, non riesco a sistemare la mia vita? Senz’altro un po’ di sonno non nuocerebbe.

Sunday, February 1, 2015

Little mental altar


Literary agent
Soumeya Bendimerad
In order to improve my chances with every literary agent that I query with my memoir, I tend to build a little mental altar.

Per aumentare le mie probabilità di successo con ogni agente letterario a cui invio una lettera di richiesta riguardo al mio libro di memorie, tendo a construire un piccolo altare mentale.

In the center of this imaginary shrine is a photograph of the agent surrounded by objects symbolizing their hobbies and literary preferences: a silver tennis racquet, a map of the Greek islands, a cookbook. At each side I imagine little flickering candles, perhaps a bit of incense if I’m in the mood. I hold these images of my desired agent in my mind. Praying is out of the question. I’m not that desperate.

Al centro di questo altare immaginario è la fotografia del agente circondata da oggetti che simboleggiano i suoi hobby e le preferenze letterarie: una racchetta da tennis, una mappa delle isole greche, un libro di ricette. Ai lati immagino delle candeline tremolanti, forse un po’ di incenso se me la sento. Tengo in mente queste immagini del agente dei miei desideri. Pregare è fuori discussione. Non sono così disperata.

My latest shrine is to a U.K. agent named Soumeya Bendimerad. From her online picture, she seems young. A spring dress, very little make-up. An open, heart-shaped face. Possibly an angel.

L’altare più recente è quello dedicato a un agente britannico di nome Soumeya Bendimerad. A giudicare dalla sua foto sull’internet, è giovane. Un vestito primaverile, poco truccata. Una faccia aperta, a forma di cuore. Magari è un angelo.

Around Soumeya’s photograph, the altar has sheet music, an oil painting, a travel book, a black and white family photograph. We could totally become best friends, and I mentally light a good ten candles for her. The scented ones.

Intorno alla fotografia di Soumeya, l’altare ha spartiti, un dipinto ad olio, una guida turistica, una foto di famiglia in bianco e nero. Sicuramente potremmo diventare migliori amiche, e mentalmente accendo ben dieci candele per lei. Di quelle profumate.

I stare at her picture and I say to myself, “Soumeya, Soumeya! I know I queried you at a busy time, just before Christmas when you were packing your backpack for your Botticelli tour of Florence. But now that you’ve finally seen The Birth of Venus in person and had your fill of Panettone, more than ever before you’ll be more taken with all things Italian and you’ll have the peace of mind to sit in your office and be blown away by my first two chapters about life and love in Naples. I can tell you’re perceptive enough to see it’s clearly a bestseller. My dear Soumeya, let’s catch up soon!”

Fisso la sua immagine e dico tra me, “Soumeya, Soumeya! Lo so che ti ho contattato in un periodo incasinato, proprio sotto Natale mentre facevi i bagagli per fare un giro di Firenze all’insegna di Botticelli. Ma ora che hai finalmente visto di persona La Nascita di Venere e ti sei abbuffata di Panettone, più che mai sarai affascinata da tutte le cose italiane e avrai la tranquillità mentale di metterti seduta in ufficio e lasciarti trasportare dai miei primi due capitoli sulla vita e sull’amore a Napoli. Sento che sei perspicace abbastanza da intuire che si tratti chiaramente di un bestseller. Mia cara Soumeya, sentiamoci presto!”

I haven’t heard back as of yet. I’m sure she’s still unwinding from her travels and working through a mountain of paperwork. I’m patient. And I’m certainly not ready as of yet to dismantle her shrine. I’ve grown fond of her face, her leisure pursuits, her jasmine-scented candles.

Non ho ancora avuto risposta. Sicuramente si sta ancora riprendendo dal viaggio e sarà senz’altro inondata da scartoffie. Sono paziente. E non sono certamente pronta a smontare il suo altare. Mi sono affezionata al suo volto, ai suoi passatempi, alle sue candele profumate al gelsomino.

Mostly, I like her name. Soumeya. In Arabic, it means “perfect.” Or, alternatively, “toxic daughter of a tailor.” Fingers crossed.

Ma soprattutto mi piace il suo nome. Soumeya. In arabo significa “perfetta.” Oppure alternativamente, “figlia tossica di un sarto.”Speriamo bene.

Naples. Photograph by Gino Di Mare
 
(I’m off on vacation. See you in a month! Vado in ferie. Ci vediamo tra un mese!)

 

Sunday, December 28, 2014

Yelling in Italian Part 2


(con't)

I really needed to lighten the mood. “I mean, you don’t want me to yell at you in Italian, do you?” I expected him to find this funny. If I yelled in Italian, I couldn’t possibly be angry.

Dovevo assolutamente alleggerire l’atmosfera. “Cioè, volevo dire, non vuoi mica che mi metta a gridare in italiano?” Mi aspettavo che lo trovasse divertente. Se gridavo in italiano, non potevo certo essere arrabbiata.

But then I remembered something from my childhood. A girlfriend and I ganged up on another friend of ours, who lived in the same building. I think her name was Lidia, and she was Italian. I can’t remember what rude thing we did to her and why, but a few days later my girlfriend and I ran into Lidia’s mother on the landing. She stood in the doorway beside poor Lidia, wearing an apron and—I could almost swear—brandishing a wooden spoon, and she was yelling at us in supersonic, ear-splitting Italian.

Ma poi mi è venuto in mente un episodio della mia infanzia. Io e la mia amica facemmo comunella contro un’altra nostra amica che viveva nella stessa palazzina. Credo si chiamasse Lidia, ed era italiana. Non mi ricordo quale cafonata le facemmo o il perchè, ma alcuni giorni dopo io e la mia amica ci imbattemmo nella mamma di Lidia sul pianerottolo. Stava là piazzata nel vano della porta accanto alla povera Lidia, indossava un grembiule e—potrei quasi giurarlo—impugnava un cucchiaio di legno, e ci urlava in un italiano supersonico e assordante.

And boy, was she pissed off. We had offended her own flesh and blood. She threw words at us and then more words without stopping for a breath for what felt like an eternity, and my friend and I just stood there with gaping mouths, paralyzed with horror and guilt. I had never been so shocked and afraid in all my nine years on this planet.

Cavolo, era incazzata nera. Avevamo offeso il suo sangue. Ci lanciò parole e poi ancora parole, senza fermarsi per respirare, per un tempo mi parve un’eternità, e io e la mia amica restammo lì con la bocca spalancata, paralizzate dall’orrore e dai rimorsi. Non ero mai stata così sconvolta e impaurita in tutti i miei nove anni di vita.

So I thought it was best not to traumatize a little boy cowering behind the bushes while he his mommy was gone for the day. “Well,” I said, “the container’s here if you change your mind.” He did change his mind. And so did I.
 
Allora mi sembrava meglio non traumatizzare un ragazzino ritiratosi dietro i cespugli mentre la sua mamma era fuori per tutta la giornata. “Beh’,” ho detto,“ecco il contenitore se cambi idea.”E infatti ha cambiato idea. E anch’io.

Saturday, December 20, 2014

Yelling in Italian Part 1


(from Zazzle Apparel)
Italians yell. It’s not because they’re pissed off. They yell because the wine is incredible. Because Italian politicians suck. Because it’s an exceptionally hot day. Because some people just don’t know how to park on a sidewalk. Because you need to finish your cutlet or you’ll waste away.

Gli italiani gridano. Non perché sono incazzati. Gridano perché il vino è strabiliante. Perché i politici italiani fanno schifo. Perché è  una giornata particolarmente calda. Perché c’è gente che non sa proprio parcheggiare la macchina sul marciapiede. Perché devi finire di mangiare la cotoletta che se no deperisci.

The other day I was looking after my friend’s kid for the day—a marathon of patience getting him and my two (bilingual) boys in the car, to the museum and then back to the car in one piece. On the drive back, I bribed them with strawberries (“fragole”), relieved only that I couldn’t turn around to see what they were doing with them.

L’altro giorno badavo al figlio di una mia amica—una maratona di pazienza a mettere lui e i miei due maschietti (bilingui) in macchina, portarli al museo e poi rimetterli tutti intatti in macchina. Durante il viaggio di ritorno, li ho ricattati con le fragole, contenta solo di non potermi girare per vedere che cosa ci facevano.

But I got away with it: the car wasn’t more than the usual dump. “Boys,” I said, getting out, “before you go inside, can you please pick up the strawberry bits on the floor of the car?”

Ma alla fine l’ho fatta franca: la macchina non era altro che la solita discarica ambulante. “Ragzzi,” ho detto uscendo, “prima di entrare in casa, potreste raccogliere quei pezzetti di fragola caduti per terra in macchina?”

My eldest son said, “, Mamma,” but my friend’s son, Jake, said, “No.” And he ran back up the driveway.

Mio figlio più grande ha detto, “Sì, Mamma,” ma Jake—il figlio della mia amica—mi ha fatto, “No.” Ed è corso su per il viale di accesso.

I put down my bag and followed him. “It’s easy, really. Just put them into this plastic container and then we can go inside and watch a movie.”

Ho poggiato la mia borsa e l’ho seguito. “È facile, davvero. Basta metterli in questo contenitore di plastica e poi entriamo tutti in casa a vedere un film.”

“No. N-O spells no.”

“No. Si scrive N-O.”

The baby started crying. My other son was tossing everything out of my bag onto the concrete.

Il bimbo si è messo a piangere. L’altro mio figlio rovistava tra la mia borsa, buttando tutto sul cemento.

“Well, who’s going to clean up the car then?”

“Be’ allora, chi pulisce la macchina?”

“You!”

“Tu!”

“Where are the chiavi?” my boy growled, looking for the keys.

Where are the chiavi?” brontolava mio figlio.

 I turned back to Jake. “What, are you the king and I’m your slave?”

Mi sono di nuovo rivolta a Jake. “Macché, tu sareste il re e io la tua schiava?”

“I’m the boss of you!”

“Io sono il tuo capo!”

Sometimes I get hot flashes that don’t quite seem hormonal but that might not be just sleep deprivation either. “I’m about to get really angry, Jake. You don’t want me to yell, do you?”

A volte mi vengono delle vampate di calore che non mi sembrano esattamente ormonali ma che forse non sono neppure dovute a una semplice carenza di sonno. “Ora mi arrabbio sul serio, Jake. Mica vuoi che mi metta a gridare?”

Jake hid behind the bushes. He suddenly looked really little. Five. Years. Old. And probably missing his mommy.

Jake si è nascosto dietro i cespugli. All’improvviso mi è parso davvero piccolo. Cinque. Anni. Soltanto. E probabilmente gli mancava la sua mammina.

Friday, December 12, 2014

First poem in five years




Where did our dream go?
Lost with that purple sock in the spin cycle,
while just trying to keep it company.
Caught in the screen on its way out,
a powder moth driven towards the night.
The spoon took it spiralling down my tea,
drowned in too much honey.

Dov’è andato il nostro sogno?
Smarrito insieme al calzino viola nella centrifuga,
volendo solo fargli compagnia.
Impigliato nella zanzariera mentre usciva,
una falena di polvere spinta verso la notte.
Il cucchiaino l’ha girato a mulinello,
affogandolo nel troppo miele.

Where did my dream go?
It was right there in my bare hands,
but then the wind picked up.
I lost sight of it scrambling over the dunes,
far off the designated path.
I dropped it in a too deep sleep,
and it dissolved into the starry ocean.

Dov’è andato il mio sogno?
Era propio qui nelle mie mani nude,
ma poi si è alzato il vento.
L’ho perso inerpicandomi sulle dune,
lontano dal sentiero designato.
L’ho fatto cadere in un sogno troppo profondo,
e si è sciolto nell’oceano stellato.

Saturday, November 29, 2014

My free time


What do I do in my free time? What is this so-called free time, anyway? Does a five-minute shower count? Surely not the last one I had, where little butter-smeared hands were attempting to pull open the shower door, accompanied by ear-splitting screeching, so that I had to finish soaping up with one hand. Not exactly freeing.

Cosa faccio nel mio tempo libero? Ma cos’é poi questo cosidetto ‘tempo libero’? Vale una doccia di cinque minuti? Sicuramente non l’ultima doccia che ho fatto, durante la quale manine spalmate di burro tentavano di aprire la porta della doccia, accompagnate da strilli assordanti, cosicché ho dovuto finire di insaponarmi con una sola mano. Cosa non esattamente liberatoria.

No, my real free time is at night. The kids are in bed, the dishes are done, and I sit down with a nice cup of low-caffeine Chinese white tea. Aaah. Then I start work.

No, il mio vero tempo libero è la notte. I bambini sono a letto, i piatti sono stati lavati, e mi siedo con una bella tazza di tè bianco cinese con bassi livelli di caffeina. Poi mi metto al lavoro.

Copyediting. Right now it’s an academic manuscript on sixteenth-century Chinese Buddhism – 450 pages of linguistic puzzles, and 4 more cups of tea until 1:30 in the morning, or until my brain hurts. Thirty hours a week of adrenal fatigue, with a wheat pack on my sciatic nerve, at something like twenty dollars an hour. New Zealand dollars.

Le revisioni. Al momento è un libro inedito sul buddismo cinese settecentesco – 450 pagine di enigmi linguistici, e anora 4 tazze di tè fino all’una e mezza di mattina, o finché non mi fa male il cervello. Trenta ore settimanali di esaurimento surrenale, con una borsa da microonde in pula di grano sul nervo sciatico, a un tasso orario di circa venti dollari. Neozelandesi.

Sometimes I think, Why in the hell I am doing this? It’s surely not good for my skin. If it weren’t for the goji berries I put in my tea, I’d have needed glasses by page 142. And this is my free time. I could be having a glass of wine – if I drank wine – with another worn-out mom, tightening my gluts speed walking around my neighborhood, trying to finish Out of Africa before it’s due back at the library. Or, genius idea, sleeping.
 
A volte penso, Ma chi me lo fa fare? Non fa certo bene alla pelle. Se non fosse per le bacche goji che metto nel mio tè, avrei dovuto portare gli occhiali già da pagina 142. E questo è il mio tempo libero. Potrei invece prendere un bicchiere di vino – se bevessi il vino – con un’altra mamma esaurita, rassodare i glutei facendo fitwalking per il vicinato, cercare di finire di leggere La mia Africa prima di doverlo restituire in biblioteca. Oppure, idea geniale, dormire.

So why do I work in my free time? I think I know the answer now and it really is rather sick: I like it.

Allora per quale ragione lavoro nel mio tempo libero? Credo ora di sapere la risposta ed è davvero roba da malato mentale: mi piace.