Wednesday, November 29, 2017

Il mare di Castellammare / The sea in Castellammare

The Gulf of Naples from space (ESA/NASA)
A sedici anni il mare di Castellammare mi pareva un grande lago, io che di mari conoscevo solo il rabbioso Atlantico, eppure in un modo o un altro quel lago era riuscito a devastare uno dei suoi castelli. L’acqua leccava gli scogli dove mi piazzavo con un quaderno ad abbozzare quel rudere, sospeso sulla superficie vitrea dell’acqua come un miraggio. Le anguille non le disegnavo, ma trovavo ribrezzo e insieme piacere ad osservare sotto di me l’orgia dei loro corpi neri e oleati. Anche la sabbia era nera, luccicava come la notte. Però a Castellammare c’erano anche le spiagge di sassi – ciottoli caldi come panini che mi arrotondavano i sandali e producevano una piccola melodia ogni volta che l’acqua distrattamente ci passava sopra. D’estate quelle spiagge erano a pagamento e forse per questo si poteva andare topless. Io no. Ci voleva tutta la mia volontà solo per spogliarmi e restare in bikini. Ero, a quanto pare, una falsa magra.

To my sixteen-year-old eyes that had only ever known the angry Atlantic, the sea in Castellammare looked like a big lake, yet one that had nonetheless managed to topple over one of its castles. The water licked the boulders where I sat with a sketchpad drawing what was left of it, a ruin gliding like a mirage over the surface of the glassy water. I didn’t sketch the eels beneath me, but it was creepily enjoyable to watch the orgy of their black, oily bodies. The sand was black too; it twinkled like the night. But in Castellammare there were pebble beaches too – warm mounds that rounded the soles of my sandals and made a little melody every time the water distractedly washed over them. In the summer you had to pay to use those beaches: maybe that’s why you could go topless. Not me. I had to muster all my willpower just to strip down to my bikini. Apparently, I looked skinny only with my clothes on.

Dopo che mi misi con Franco, facevamo lo struscio in Villa Comunale, sul lungomare. Incrociavamo altri giovani camorristi, come il guappo che si spalmava il burro in faccia per accelerare l’abbronzatura e che, pure di sera alla luce soffusa della cassa armonica, aveva il volto lucido come un pollo appena sfornato. Il quartiere di Franco, Scanzano, era a pochi passi da là, ma con i suoi palazzi disastrati da secoli di frane e faide sembrava lontanissimo dal mare, e per arrivarci ci mettevamo in moto. Gli stringevo la vita abbondante, la moto partiva con uno scatto impaziente e subito la salsedine nei capelli si perdeva nel freddo umido dei vicoli serpeggianti. Superavamo il basso dove abitava con l’anziana madre malata, fino a un appartamento disabitato che non aveva nemmeno la corrente. Lì al buio facevamo l’amore, e dopo spesso Franco si faceva un pianto. Non mi disse mai il perché, mentre gli bevevo le lacrime salate, ma credo fosse per un suo amico morto ammazzato. Quando un giorno senza spiegazioni mi lasciò, ripresi a guardare il mare da sola, tramonti belli e sanguinanti come arance siciliane.

After I got together with Franco, we’d go for a stroll along the promenade. We’d run into other young Camorra recruits, like the poser who used to butter his face for a better tan and who, even by the soft light of the bandstand, looked as crisp as a baked chicken. Franco’s neighborhood, Scanzano, was a stone’s throw from there but, with its buildings in ruins from centuries of landslides and feuds between clans, it seemed a world away from the sea, and we’d hop on his motorcycle to get there. I’d wrap my arms around his thick waist, his motorbike would jerk forward impatiently and right away the salt in my hair would blow off into the cold damp of those winding backstreets. We’d ride past the ground-floor room he shared with his sick mother, all the way to an uninhabited apartment that didn’t even have power. There in the dark we’d make love, and often afterwards Franco would cry. He never did tell me why, as I drank his salty tears, but I think it was because a friend of his had been shot dead. After he broke it off one day, without explanation, I went back to watching the sea on my own, sunsets as intense as blood oranges.

Il fine settimana Mamma Rita mi portava in penisola, a Vico Equense o Sorrento. Da quella realtà parallela, il golfo si mostrava una perla nera, profumato e nero nero come inchiostro di seppia. Era talmente bello da farmi venire la malinconia, una che non si poteva spiegare…e nemmeno nominare in località così chic. La gente beveva e rideva, e io restavo in silenzio tentando di bucare con gli occhi l’impenetrabile superficie dell’acqua. Ogni tanto la agitava un’imbarcazione, lasciando una scia striata di luci gialle come elettrocardiogrammi. Dall’altra parte del golfo c’era Napoli. Semmai osavo alzare gli occhi, la città, avvolta in un alone arancione, mi fulminava con lo sguardo. E ogni volta il mio cuore impazziva all’idea che stesse lì ad aspettarmi.

On the weekends Mamma Rita would take me down the peninsula, to Vico Equense or Sorrento. From that parallel reality, the gulf showed its true colors. Dark as squid ink and sweet-smelling, it truly was a black pearl, so beautiful that it made me feel sad. It was a reaction I couldn’t explain…or even admit to in such fashionable spots. People around me would be drinking and laughing and I just stared out at the water trying to see through its impenetrable surface. Once in a while a boat would go by, shaking up the surface and leaving in its wake waves of yellow lights like electrocardiograms. On the other side of the gulf was Naples. Whenever I dared lift my gaze to look at the city burning orange in the night, it would glare back at me. And each time my heart would go wild thinking that it was just there waiting for me.
 

Tuesday, November 21, 2017

Il sole di Napoli / The sun in Naples


(Foto di Eunice Franchi www.viaggiatore.com)
Il sole di Napoli è oro liquido. C’è chi ha, e chi non ha. Il centro storico ne ha poco per difetto di nascita, e abitarci è come stare chiusi dentro una casa di carte. Balconi e lenzuoli appesi sono accatasti uno sopra l’altro oscurando il cielo. I palazzi quasi si appoggiano l’uno all’altro e, come se non bastasse, sono legati insieme da cavi elettrici e panni stesi e traiettorie di dialetto insofferente. È un buio genetico, non esiste una cura.


The sun in Naples is liquid gold. There are the haves and the have-nots. The historical center, by its very being, has very little of it, and living there is like being inside a house of cards. Balconies and hanging sheets are stacked one upon the next blocking the sky. The buildings very nearly lean into each other and, if that weren’t enough, they’re tethered together by electrical wires and laundry and trajectories of dialect between fed-up neighbors. It’s a genetic darkness, there’s no cure.

Ai piani inferiori si sta come in una sala d’attesa. La luce fluorescente presta un alone anemico ai mobili, esagera la rozzezza dei lineamenti. Ti toglie l’abbronzatura, la bellezza, la dignità umana. Senza la meridiana del sole, non sai mai che ore sono, e l’umidità ti accarezza le ossa con le sue gelide mani nodose. La giornata che passa è un’opportunità persa, come una dormita pomeridiana dalla quale ti risvegli stordito e pentito.


Homes on the lower floors are like waiting rooms. The fluorescent lights bathe the furniture in an anaemic glow and highlights your worst features. It robs you of your tan, your beauty, your human dignity. Without a sundial to go by, you never know what time it is, and the dampness strokes your bones with its cold, knobbly hands. The day wastes away, a missed opportunity, like an afternoon nap that you wake up from full of confusion and regret.

Ma già al terzo piano l’attesa è premiata. Una volta al giorno arriva il sole, come un amante che mantiene la sua promessa, posando sul tavolo della cucina una barra di oro puro. È un regalo che ti ricorda che vivi in una città dove come per incanto piove solo di notte, dove il mare sembra argento e le palme ananas, e dove la gente va in giro con un tesoro racchiuso nel petto. È la conferma abbagliante di tutto ciò che intuivi sin dal primo momento: che Napoli è il segreto meglio custodito al mondo. Ma prima di poterlo intascare, quell’oro si è già sciolto, slittato sulle mattonelle e storpiato in un rombo frastagliato, rosicchiato dal buio. La pepita che rimane ti vola dalle mani come una lucciola.

But already on the third floor, your patience is rewarded. Once a day the sun turns up like a lover who keeps a promise, laying a bar of pure gold on your kitchen table. It’s a gift that reminds you that you’re living in a city where magically it rains only at night, where the sea looks like silver and the palm trees like pineapples, and where people walk around with a treasure hidden in their chests. It’s dazzling confirmation that everything you sensed about Naples from the beginning was true: it’s the best kept secret in the world. But before you can pocket that gold, it slips off onto the tiles on the floor, warping into a rhombus whose edges are gradually eaten away by the darkness. The tiny nugget that’s left flies out of your hand like a firefly.

Agli ultimi piani, in cima a sei o sette aerobiche rampe di scale, il sole abbonda per chi ne ha meno bisogno: studenti universitari fuori sede e altri fricchettoni sani di corpo (e un po’ meno di mente) che fanno una vita da vampiri. Il sole è sprecato su di loro come pure la giovinezza. Ma prima o poi la luce del sole abbandona anche l’ultimo piano abusivo, scorrendo sulle facciate dei palazzi come un’aranciata succhiata da una cannuccia. Alla fine resta solo aria. Ma non ti preoccupare, domani rivedrai il sole di Napoli, il più bello di tutti i soli, privo di filtri e carico di speranze. Perché il sole, come il napoletano, si rialza sempre.
On the top floors, at the end of six or seven aerobic flights of stairs, there’s plenty of sun for the very ones who don’t need it: out-of-town university students and other freaks who are healthy in body (but less so in spirit) and who live like vampires. The sun, just like their youth, is wasted on them. Yet sooner or later the sun deserts even the top floor, sliding up the facades of the buildings like orange soda being sucked up through a straw. In the end, all that’s left is air. But don’t worry, tomorrow you’ll see the sun that shines over Naples, the most beautiful of all suns, unfiltered and burning with hope. Because the sun, just like Naples itself, always rises again.

Wednesday, November 15, 2017

Quartieri Spagnoli fine estate / end of summer


(Foto di Francesco Escalona,
autore di Giallo tufo [Valtrend, 2011])
Se stai soffrendo le pene d’amore, non c’è posto migliore dove stare dei Quartieri Spagnoli di Napoli. Pure il quartiere conosce l’abbandono, e ti compiange. I vicoli ti stringono in sudaticci abbracci di condoglianze. Le campane delle chiese suonano in una malinconica chiave minore. I venditori ambulanti cantano addolorati, “Maruzzielle! Maruzzielle!”, lasciando dietro di sé una scia di acqua salata.

If you’re lovesick, there’s no better place to be than the Spanish Quarter in Naples. It’s a ghetto that’s been left behind too, and it feels for you. The narrow streets are tight, clammy hugs of condolence. Church bells ring off key. Street peddlers call out mournfully, “Sea snails! Sea snails!” leaving behind their carts a trail of salt water.

Tu invece le lacrime le soffochi, perché i Quartieri non ti lasciano mai solo con il tuo dolore. Dai balconi arrivano sfuriate, pianti, risate amare. I passanti ti accarezzano con gli occhi. Cammina cammina, sopra basoli vulcanici che sono lucenti e butterati come caramelle sputate. Anche durante il piccolo lutto della siesta, il ticchettio solitario delle tue scarpe fa comparire sull’uscio dei bassi le casalinghe, proprio come la pioggia tira fuori i lombrichi. Non dicono niente, non c’è bisogno. Chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato.

But you hold your tears back because the Spanish Quarter won't let you suffer alone. The balconies overflow with fighting, crying, bitter laughter. Passers-by stroke you with long glances. Keep on walking, over volcanic street slabs as shiny and pockmarked as sucked candies. Even during the brief bereavement of the siesta, the pitter-patter of your lonely shoes brings housewives to their ground-floor doorways like the way the rain brings out the worms. They don’t say anything, there’s no need to. What’s done is done.

Il quartiere di storie ne ha viste. E la fine era inevitabile, i segni premonitori già c’erano. Erano scritti negli avvisi funebri che si spellano come vecchi cerotti, e nello spray nero proprio sotto casa: Tonino mi manchi. Nell’intonaco che fatica a cicatrizzarsi dai vecchi terremoti, e nel tufo giallo sotto, il cuore friabile dei palazzi che si sgretola tra le dita. Non hai visto i segni, eh va buo’, è normale. Le calamità succedono quando meno te le aspetti, proprio sul più bello.

The Spanish Quarter has seen it all. And the end was inevitable, the signs were all there. They were written in the funeral posters peeling off like old bandages, and in the words spray-painted in black outside your building: Tonino, I miss you. It was written in the plaster split by old earthquakes and never fully scarred over, and in the yellow tufa stone beneath it, the crumbly heart of the buildings that falls apart between your fingers. You didn’t see the signs, but that’s no surprise. Disaster strikes when you least expect it, at the very best part.