Primo capitolo




Da: tectonic@tin.it

A: heddi@hotmail.com

Inviato il: 23 febbraio

 

Lo so che preferisci sapermi morto. Sono quasi vivo. Non mi aspetto risposta e non ti scriverò più. Ma sono quasi tre anni che provo a scriverti qualcosa. Dovrei scriverti una lettera di almeno cento pagine per tentare di spiegare. Non ci riuscirei mai. Non ti darò spiegazioni neanche questa volta.

Sono un incapace, mi sono fidato sempre del mio istinto, che è falso, traditore, coglione. Ma qualche anno fa ho fatto l’errore più grande della mia vita, irrecuperabile, inspiegabile, inimmaginabile. Mi sono illuso per un po’ di tempo (a volte ancora mi succede) di aver fatto ciò che la mia testa, il mio istinto, comandava…forse era la cosa giusta da fare ma mi ha rovinato la vita, inevitabilmente, e per sempre. Volevo comunicarti solo questo. Perché meriti di sapere che la mia vita non vale un cent. Meriti di sapere che ogni volta che sono a tavola con le posate in mano, per un attimo ho la sensazione di bucarmi un occhio con un coltello.

Spero con tutte le mie forze che questo possa estorcerti un piccolo sorriso di soddisfazione, così come spero che il tempo passato insieme per te significhi solo un brutto, terribile ricordo e non la tua croce. Desidero solo che la mia vita passi velocemente, magari reincarnarmi in qualcuno o qualcosa di migliore del mio attuale io, e magari incontrarti in un aeroporto a Stoccolma o Buenos Aires e poi tutto sarà diverso.

Non perdonarmi, non rispondere, non intristirti. Sii felicissima, fai dei bambini, scrivi dei libri, registra delle cassette, fai tante foto…è ciò che amo pensare di te tutto il tempo. E di quando in quando, se puoi e se vuoi, ricordati di me.

 

b.

 
1.

 

            “Heddi.”

Sentii il suono del mio nome come non lo sentivo da anni, come il nome di una specie esotica. Pronunciato con tono interrogativo ma perfezionato, come se fosse stato recitato più e più volte – con tanto di respiro sottile e vocali corte – fino a srotolarsi sillaba per sillaba con una disinvoltura stupefacente. Nessun altro suono in tutti i Quartieri Spagnoli, né l’urlo micidiale di una donna tradita né una raffica di pallottole in un raptus di vendetta, mi avrebbe fatto allontanare dal caldo brusio del camino in una notte così gelida.

            Davanti a me c’era un ragazzo, un uomo, con la bocca stretta come se avesse detto la sua e ora toccasse a me. Aveva la camicia infilata nei jeans, le maniche rimboccate fino al gomito e un utilissimo taschino, proprio sopra il cuore, teso dallo sforzo di contenere un pacchetto di sigarette. Niente a che vedere con gli altri ospiti, che tentavano di cancellare, con piercing e rasta e pallore malsano, un’infanzia serena fatta di gnocchi di patate e gite al mare. Nonostante l’ora, il loro dolce odore – di patchouli e hashish e vestiti di seconda mano – aleggiava ancora nella cucina, fondendosi con quello della birra sgasata e del risotto allo zafferano. No, lui chiaramente non apparteneva alla nostra tribù di linguisti dell’Orientale. Eppure se ne stava là, con la quiete intensa di un lago profondo.

            “Tieni, l’ho fatta per te,” disse, estraendo una cosa dalla tasca del pantalone. Aveva senza dubbio la cadenza meridionale, se non napoletana. La mano gli tremò, un leggerissimo agitare delle acque, a darmi una cassetta in una custodia decorata a mano. Per Heddi, c’era scritto, proprio così, a cominciare dalla H maiuscola fino a uno schizzo d’inchiostro, il puntino sopra quella i che quasi non ricordavo più di avere.

Ne fui destabilizzata. Era proprio lo spelling del mio nome che ne deragliava la pronuncia, perché allora era facile portarlo al suo estremo letterale, con la e melodrammaticamente allungata e la d doverosamente rinforzata dalla geminazione consonantica, che al Sud si prendeva tanto a cuore. Era del tutto perdonabile che la H venisse trascurata: a Napoli l’espirazione era riservata esclusivamente al riso. “Come Eddie Murphy?” mi dicevano, e io annuivo e basta. Non mi dispiaceva poi così tanto. Heddi era prima, Eddie era adesso.

“Musica?” gli chiesi, e lui fece di sì col capo, quasi impercettibilmente, la mano stretta a pugno intorno a una bottiglia di birra vuota.

Avevo la schiena riscaldata dalla danza tremolante delle fiamme e dalle risate ignare degli amici che chiamavo affettuosamente “i ragazzi.” Il fatto che facevo parte anch’io di quel clan, e che in qualsiasi momento potevo tornare da loro, mi regalava un’innegabile sensazione di privilegio e di sicurezza, di cui però ora percepii una certa ingiustizia.

Al piano di sotto la porta d’ingresso vibrò con un tonfo secco, probabilmente l’ultimo degli ospiti che barcollava via. Il tipo del regalo sobbalzò, a rendersi conto che la festa che prima gli turbinava intorno non c’era più. Cercò di dissimulare l’imbarazzo ma io lo avvertii ugualmente. Fu come un pizzicotto, un piccolissimo dolore accompagnato dal rimpianto di essere rimasta, ancora una volta, l’unica sobria.

“Sarà tardi,” disse.

“Credo di sì.”

Bruscamente spostò il peso da una gamba all’altra, e senza volerlo rispecchiai la sua asimmetria inclinando la testa da un lato. Almeno così riuscivo a vedere meglio il suo volto, nascosto ogni volta che cercava consolazione nelle sue scarpe – di quelle comode, pratiche – da una criniera scura. Non l’avevo mai visto prima, ci avrei messo la mano sul fuoco, perché se ci fossimo mai fissati negli occhi non avrei dimenticato quello sguardo, di uno deciso a pazientare.

“Va beh.” Posò la bottiglia di birra sul bancone come se avesse paura di spaccare il vetro, anche se la cucina invitava al caos con le sue bottiglie rovesciate, padelle unte, e tazze macchiate di vino come vecchi denti.

“Scusa, com’è che ti chiamavi?”

“Bruno.” Aveva un nome come una pietra, antico e pesante, e alzò le sopracciglia come per scusarsi.

“Grazie per la cassetta…” dissi, ma il suo nome mi morì in gola. “Allora te ne stai andando?”

“Eh sì. Mi devo alzare presto. Torno al mio paese per un paio di settimane. Cioè la terra dei miei, in provincia di Avellino. Ci vado ogni Pasqua. Beh, non solo Pasqua, ma sai com’è…”

Non sapevo com’era, ma annuii lo stesso, grata per quella filza di frasi. Nutrivo ancora la speranza che negli ultimi secondi prima della sua partenza (e probabilmente non l’avrei mai più rivisto) avrei risolto il mistero di come fosse riuscito a prendere una tale confidenza col mio nome e di come mai si fosse disturbato a farmi un regalo.

“Ciao allora.”

“Ciao, buon divertimento sulla terra. Voglio dire, buona permanenza. Là, in campagna.”

Volevo solo che se ne andasse ora, lui che era stato testimone per caso di quel mio errore semantico. Era esasperante il modo in cui l’italiano, il mio travestimento preferito, mi si scuciva un poco in momenti come questi, quando venivo colta di sorpresa.

Un saluto collettivo e se ne andò. Ripresi il mio posto intorno al camino, infilando la cassetta nella tasca scamosciata della mia minigonna vintage. Le fiamme erano ardite, palpeggiando senza pudore roba che una volta era stata la gamba di una sedia dignitosa o la testiera di un letto singolo. Nel giro di pochi secondi il calore spazzò via qualunque traccia di disagio che mi si potesse leggere in faccia.

“Come si chiamava quel tipo?” chiese Luca accanto a me, buttando un mozzicone nel fuoco e facendo scorrere dalla bocca un bianco nastro di fumo.

“Bruno, credo,” dissi, assaggiando finalmente la solidità di quel nome.

“Ho capito. È un amico di Davide.”

“Davide chi?”

“Quello bassino con i capelli ricci,” offrì Paola, l’altra ragazza nella nostra comitiva più stretta.

Ah sì, Davide. Luca a volte suonava nella sua band. Davide, Bruno, che differenza faceva? Il fatto era che non ci voleva nessun altro nel clan. Stavamo bene così. Io stavo bene.

 

 

Ipnotizzati dalle fiamme, lasciammo scivolare la notte in un limbo senza ore, senza luna. Parlammo di buddismo, dell’alfabeto fenicio, di Mani Pulite. Ogni tanto un tozzo di legno collassava sopra le braci, scatenando una vistosa esibizione di scintille e alcuni sospiri di stupore per quel piccolo momento di dramma. Quando il fuoco diede segni di sonnolenza, Luca si mise a rovistare fra il legno di recupero, accanto al quale c’era una chitarra acustica. Vi si allungò la mano pelosa di Leo.

“Mica ci butti pure quella,” disse Luca.


“La festa è finita, bambini,” annunciò Leo con marcato accento pugliese, appoggiando la chitarra su un ginocchio. “Porca troia, ci vuole la ninna nanna per farvelo capire?”

Questa era la parte che mi piaceva di più. Le volgarità di Leo che attizzavano l’intimità, e i suoi occhiali tondi che si accendevano come anelli d’oro alla luce del fuoco mentre suonava una canzone con vaga somiglianza ad “Attenti al lupo.” Strimpellava con tozze mani villose, le mani di un nano da giardino che aveva preso vita. E peloso lo era dappertutto. Una volta Leo mi aveva chiesto di depilargli la schiena per dare il colpo di grazia alle piattole, l’unica prova inconfutabile che fosse davvero riuscito a portare a letto una ragazza, francese secondo lui. Sotto sotto, tosato come un agnello di primavera, Leo possedeva lineamenti quasi delicati che lo facevano somigliare, da certe angolazioni, a mio fratello.


“Minchia, sarà un successone,” disse Angelo, un altro dei ragazzi. “Dai retta a me, lascia perdere gli studi e metti insieme un gruppo punk.”

“Perché no, e chiedo pure alla prof di sanscrito se vuole fare la batterista, così riempie di botte qualcos’altro oltre a me.”

Luca suggerì, “Suonaci invece una di quelle vecchie canzoni napoletane.”

“Io non sono il partenopeo di merda.” Leo, che era bravo a tessere complimenti finissimi con dei fili molto grezzi, gli passò la chitarra con un sorriso d’intesa.

Luca cullò lo strumento, il volto ora nascosto da capelli lunghi fino alle spalle. “Napoletano,” disse, “lo sono solo a metà.”

“La metà di sotto, naturalmente,” fece Angelo.

Luca gli concesse un sorriso sbilenco, ma lo sguardo l’aveva su di me. Quel mezzo sorriso era in sé un complimento, perché Luca era selettivo tanto con i sorrisi quanto con le parole, come se avesse già trascorso l’ultima incarnazione a riconoscere tutta l’ironia nel mondo e in questa vita avesse raggiunto lo zen. Nonostante anche lui fosse tecnicamente uno dei ragazzi, l’avevo sempre considerato diverso dagli altri due. Era Luca Falcone.

“Questa è per te.”


Non volevo, ma dalla seconda strofa presi a cantare. Lo feci perché avevo capito che gli altri davvero non sapevano le parole, e che il silenzio era mio da colmare. Forse lo feci anche per Luca. Per fargli vedere che, se non altro, riuscivo a fingere un impeccabile accento napoletano, ancora più gutturale del suo. Per cercare di strappargli un sorriso. Proprio per lui ne feci una recita comica, gesticolando come un pescivendolo. “Mericano, mericano, sient'a mme chi t' 'o ffa fa',” cantavo, trasformata d’incanto nella padrona di un vascio, un basso a pianterreno di un solo vano macchiato di umido. Ero lei nell’uscio di casa, ero la mamma sorella fidanzata in attesa, con gli occhi stretti e la cazziatona pronta, la risata pronta. E quando sarebbe tornato quello sfaticato che si crede chi sa quale pesce grosso, tutto “whisky e soda e rocchenroll,” l’avrei pigliato forse a schiaffi forse a carezze, e poi glielo avrei detto chiaro e tondo in faccia, davanti a tutto il rione, “Tu sii napulitan…Quanno se fa ll’ammore sott’ ‘a luna, comme te vene ‘ncapa ‘e di’ ‘ailuviu’?” Parole dialettali che non avrei mai saputo scrivere, che senza musica non avrei neanche osato pronunciare. Erano sguaiate e vere e frizzavano di quella satira che i napoletani erano così abili nel rivolgere verso se stessi sin dalla caduta della loro città. Furono le parole stesse a dettarmi, a far di me il loro personaggio, e per uno scorcio di tempo non ero più un’americana bensì una vasciaiola che sgamava proprio in quell’americanità nient’altro che una recita.

Gli altri battevano il ritmo con un piede e si univano per il ritornello. Alla fine Luca rastrellò le corde. “Non mi ricordo come finisce.”

Mi abbandonai sullo schienale, sudata e inebriata. Dentro di me c’era sempre un mimo di strada, o magari un giocatore d’azzardo, pronto a risvegliarsi. Approfittai del pigro scoppiettio del fuoco per balzare in piedi. “Ci servono pezzi di legno più grossi. Vado di sopra.”

“Vengo con te, Eddie,” disse Paola. “Una boccata d’aria ci vorrebbe proprio.”


“Madonna, che freddo.” Le mie parole volarono come nuvole nell’aria nera.

“Sto congelando.” Paola incrociò le braccia per riscaldarsi, aggiungendo in quel accento sardo che era pulito come la notte, “Allora conosci Bruno.”

“Bruno? Quello di stasera?”

“Sì sì, Bruno.”

Il nome le era scivolato dalla punta della lingua con una straordinaria leggerezza. Per un attimo mi venne l’idea (di sicuro una follia dell’una del mattino) che io e lei stessimo parlando di due persone completamente diverse.

“Secondo te, com’è?” 

“Veramente non lo conosco.” Mi rannicchiai per frugare tra la legna, uno scaffale smembrato e accatastato al parapetto. “Perché lo vuoi sapere?”

“Non lo dire ai ragazzi.” Paola si inginocchiò sul tetto spugnoso, il volto nudo come una luna piena, e capii che non era una boccata d’aria ma una confessione. In quella posizione sembrava notevolmente meno slanciata, e giovane come lo era in realtà, essendo soltanto al primo anno dell’Orientale. Sussurrava come se le stelle avessero potuto sentirci. “Ci siamo scambiati dieci parole. Ma ha qualcosa di speciale, non so...”

“Boh, sembra simpatico.” Che termine frivolo. Istintivamente mi palpai la tasca, la cassetta una sfacciata sporgenza.

“Mi piace sul serio. La prossima volta che lo vedo, mi faccio avanti.”

“Fai bene. Non hai niente da perdere.”

Paola aveva l’abitudine di mordere il labbro inferiore quando era ansiosa. Espirò forte come se si preparasse a fare uno sprint.


Adoravo il sorriso di Paola, un dolce ghirigoro. Ma mi scoprii pentita, quasi offesa, di aver usato quel termine legato a Bruno. Scemo. Paola si offrì di aiutarmi, prendendo in mano un’asse di legno, eppure rabbrividiva.

“Hai freddo,” le dissi. “Questi portali giù e poi faccio io qua.”

“Grazie, Eddie.”


Mi arrivò un venticello gelido, saturo di pesce e sale e nafta. Era il profumo del golfo. Sotto di me la città sfavillava fin giù al mare, le catenine gialle dei lampioni interrotte qua e là da perle di luce, cucine non ancora spente. Napoli non dormiva mai, non veramente. Anche nel cuore della notte lampadine fluorescenti illuminavano, con una luce economica e antiestetica, famigliari svegli a schiaffeggiare il tavolo di cucina in chissà quale lite, battuta o confessione. Ma come una falena ero attratta da quelle luci bianche. Se solo potessi, pensai, svolazzerei fin da loro per infilarmi per la finestra. Resterei lì su una parete senza far alcun rumore, mimetizzata, cercando di ricucire le loro frasi spezzettate in una narrativa che abbia un senso.

Ci fu un fischio di sirena. Chissà da quale nave proveniva: nel nero pece del golfo le navi container erano invisibili se non per le luci unisci-i-puntini. Era una di quelle rare notti limpide, e senza la luna non si vedeva nemmeno il vulcano. L’unico indizio della sua presenza erano le case illuminate che ne sbozzavano la sagoma fin dove osavano. Era mezzo secolo che il Vesuvio non diceva una parola, ma lo fissavo attraverso la tenda scura della notte cercando di immaginarlo vivo, nella sua versione sputafuoco, come in tanti quadri ad olio dell’Ottocento. Lo fissavo così intensamente che quasi quasi credevo di poterlo riportare in vita con la sola volontà degli occhi.


Vir’ Napule e po’ muor’, si dice. Frase abusata che non avrei mai inserito in una conversazione ma che quella sera bisbigliai alla notte in quanto verità. Poi raccolsi la legna e mi girai verso le scale, per cominciare a rimettere in ordine la casa.



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