Sunday, September 25, 2016

The very last bite

Salvador Dali's Basket of Bread, 1945    
(image from Wikipedia)
If you’re anything like me, you fall in love with certain words. Love at first sight (or at first hearing), penetrating into your very being, expressing you like no one else can, and eventually – as you get accustomed to using the word in speech and on paper – dissolving into a comfortable and somewhat sloppy friendship, like an old tattoo.

Se sei un po’ come me, ti innamori di parole particolari. Un colpo di fulmine che ti penetra nel profondo, che esprime la tua vera essenza come nessun’altro sa fare e che, col tempo – man mano che ti abitui ad usare la parola nel discorso parlato e scritto – si dissolve in un affetto familiare e un po’ sciatto, come un vecchio tatuaggio.

Here’s my latest crush: concludente. More than just “conclusive,” it’s used in Italian to describe a person who sets goals and then reaches them, who brings things to their conclusion. Sometimes to this tired mom, despite the iron supplements, Concludente seems like Everest. But the alternative is to be inconcludente. A quitter.

Ecco l’ultima cotta che ho preso: il termine concludente. Non corrisponde davvero a “conclusive” in inglese, quando si usa per parlare di una persona che fissa degli obiettivi e poi li raggiunge, che li porta a conclusione. A volte agli occhi stanchi di questa mamma, nonostante gli integratori di ferro, Concludente sembra piuttosto Everest. Ma l’alternativa è essere inconcludente. Un perdente.

I generally think of myself as concludente. After all, I’ve travelled, finished a Master’s degree, forged life-long friendships, carried through two pregnancies, worn my shoes until there was nothing left of the soles. But this may be only because I’ve led a privileged life, for I fear that I have an underlying tendency to be weak and inconcludente.

In linea di massima mi considero una persona concludente. Dopo tutto, ho viaggiato, ottenuto la laurea, stretto amicizie longeve, portato a termine due gravidanze, indossato le mie scarpe finché non si consumassero le suole. Ma è possibile che tutto ciò sia dovuto semplicemente al fatto di aver avuto una vita privilegiata: ho il terrore che sotto sotto io abbia la tendenza invece ad essere debole e inconcludente.

I often leave the last bite of my sandwich. Why? I suddenly feel that I’m just so unbearably full I couldn’t possibly continue eating. Or I leave the last clothes to fold in the laundry basket. A bone-deep ennui sweeps over me until I just can’t bear sitting there matching those last two socks and folding that last t-shirt. And every time as I walk away, from that sandwich, those socks, I’m battling within myself and wondering why I choose to sabotage something that I could so very easily bring to a neat conclusion. And if I can’t finish a sandwich, then how am I ever going to publish a book?

Spesso lascio sul piatto l’ultimo boccone del mio panino. Come mai? Perché all’improvviso mi sento così insopportabilmente strapiena che non tollero l’idea di continuare a mangiare. Oppure abbandono gli ultimi panni da piegare nella cesta del bucato. Mi viene un’insofferenza fino al midollo per cui non sopporto di stare seduta lì ad abbinare l’ultimo paio di calzini e piegare quell’ultima maglietta. E ogni volta che mollo quel panino, quegli calzini, c’è una lotta interiore: mi chiedo perché scelgo di sabotare una cosa che con estrema facilità potrei portare a termine. E se non riesco a finire un panino, come farò mai a pubblicare il mio romanzo?

I love words. I love how they make me feel, how I can connect with other people through them to explore the human condition. Writing is a big deal to me; other than being a mom, it may even be my purpose in life. And right now, more than ever, with my manuscript so polished and yet so meaningful, I must be concludente. I have to overcome my fear of further rejection, nausea and self-loathing and take that very last bite. I have to keep reminding myself that I’m not alone, that all of you are with me on this journey.

Adoro le parole. Adoro le sensazioni che mi regalano e come riesco a trasmetterle poi ad altri attraverso un’esplorazione della condizione umana. Scrivere per me è una cosa importante; dopo i figli è forse la mia ragione di vita. E adesso più che mai, con il mio manoscritto così eloquente ma allo stesso tempo di un certo peso, devo dimostrarmi concludente. Devo superare la mia paura di ulteriori rifiuti, della nausea, e dell’auto-disprezzo, e mangiare quell’utimo morso. Devo continuare a ricordarmi che non sono sola, che tutti voi mi state accompagnando lungo questo cammino.

This week thank you in particular to fellow traveller Daniela Barbieri (http://aromaapiedi.blogspot.co.nz/), for your support, for being somehow once more, even at a great distance, on my same wavelength. I have no words.

Questa settimana grazie in particular modo a Daniela Barbieri (http://aromaapiedi.blogspot.co.nz/), compagna di viaggi, per il suo sostegno e per essere stata, ancora una volta e nonostante le distanze geografiche che ci separano, sulla mia stessissima lunghezza d’onda. Non ho parole.

Saturday, September 10, 2016

Writing rainbows

Let’s be honest, I only blog when I feel the inspiration. And when I have a computer.

Diciamoci la verità, scrivo nel blog solo quando mi viene l’ispirazione. E quando ho un computer.

A couple weeks ago my three-old-year decided that my laptop needed watering. Because computers are like flowers; they need to grow. Because they get hot and like to cool off in the shower. Because they make a really cool sound when they get watered.

Un paio di settimane fa mio figlio di tre anni ha deciso che il mio portatile aveva bisogno di essere innaffiato. Perché i computer sono come i fiori; devono crescere. Perché sentono il caldo e vogliono rinfrescarsi sotto la doccia. Perché fanno un verso fichissimo quando li innaffi.

The sound is somewhere between a hissing snake and a huge bag of potato chips getting thrown across the room. Or a cross between squid rings sizzling in a deep-fryer and a lightning storm zapping all the power out of the neighbourhood. Then silence, and total darkness.

Il rumore è una via di mezzo tra il sibilo di un serpente e un enorme pacco di patatine che viene scaraventato dall’altra parte della stanza. O un incrocio tra lo sfrigolio dei calamari nell’olio bollente e un temporale con fulmini che fa mancare la corrente in tutto il vicinato. Poi silenzio, e buio totale.

First I couldn’t speak. Then I got really loud. And then for the next ten days my aimless hands, so accustomed to typing brilliant ideas, surrendered to housework. Soups bubbled on the stove, laundry got stacked in neat little piles. The toilet bowl sparkled, almost winked. And I hated every minute of it.

All’inizio non riuscivo a parlare. Poi ho ritrovato la voce, eccome. E poi per i seguenti dieci giorni le mie mani inutili, così abituate a battere sulla tastiera idee geniali, si sono arrese ai lavori domestici. Minestre sobbollivano sui fornelli, i panni erano piegati e accuratamente impilati. La tazza del gabinetto splendeva, quasi ammiccava. E ne ho odiato ogni singolo istante.

Finally, a new computer turned up and the house reverted back to its old self. And my little boy took a shining to a new toy: a Jurassic keyboard, his “computer.” Yesterday on our way to see friends, he insisted on taking it with him in his carseat, so as I buckled him in I showed him where the numbers were and where the letters were.

Finalmente un nuovo computer è comparso e la casa è ritornata in sé. E mio figlio più piccolo si è fissato con un nuovo giocattolo: una tastiera giurassica, il suo “computer.” Ieri, uscendo di casa per andare a trovare degli amici, ha insistito nel portarlo con sé nel seggiolino auto, e allora mentre gli allacciavo la cintura di sicurezza gli ho fatto vedere dove si trovavano i numeri e dove invece stavano le lettere.

“Is this a snake?” he asked, in Italian, pointing to the space bar.

“È un serpente?” mi ha chiesto, indicando la barra spazio.

As I drove, he began typing vigorously. “What are you doing, honey?”

Mentre guidavo, si è messo a battere forte i tasti. “Che fai, amore?”

“I’m writing.” Duh, mommy.

“Sto scrivendo.” Ma sei scema, Mamma?

“What are you writing?”

“Cosa scrivi?”

“A rainbow. A rainbows of colors.” Then suddenly, “Mommy, a truck! A truck!”

Un arcobaleno. Un arcobaleno di colori.” E poi all’improvviso, “Mamma, un camion! Un camion!”

I nearly slammed on the brakes. Let’s just say I’m a vigilant driver, especially with my most precious goods in the car. But there was not even an ice cream truck in sight.

Per poco non schiacciavo il freno. Diciamo solo che sono un autista attento, soprattutto quando sto trasportando la merce più preziosa al mondo. Ma non c’era neanche un camioncino del gelato in vista.

“No, Mommy, in the computer! Trucks are coming out my computer!” And he mimicked that crashing, spitting, ear-splitting, heartbreaking noise that I hoped to never hear again, otherwise known as the death of the motherboard. Then silence.

“No, Mamma, nel computer! I camion stanno uscendo dal mio computer!” E ha replicato quel rumore: un’emissione, un patatrac così assordante, così straziante che speravo di non sentirlo mai più in tutta la mia vita, ovverosia la morte della scheda madre. Poi il silenzio.

“Are the trucks all out now?” I asked, turning onto the highway.

“Sono usciti tutti i camion?” gli ho chiesto, imboccando l’autostrada.

“Oh yes. Now I can write again.”

“Sì sì. Adesso posso scrivere di nuovo.”