Friday, July 29, 2016

Walk the walk

Photo by Andrea Haffner (www.andreahaffner.com)
When I first realized that I was writing in my head, I was looking down at my shoes gliding over the concrete pathway at my school, and it was a beautiful thing. Cracks raced like lightening bolts, brown fall leaves let out satisfying crunches, and weeds demonstrated that can-do attitude I was supposed to be developing. I thought everybody wrote sentences in their head describing the world around them, and I didn’t know that “writer” was a job. I was nine and my shoes were blue.

L’attimo in cui mi resi conto per la prima volta che scrivevo delle frasi in testa, guardavo le mie scarpe che scorrevano sopra il sentiero di cemento a scuola, e fu bellissimo. Crepe sfrecciavano come fulmini, foglie d’autunno marroni emettevano scricchiolii soddisfacenti, ed erbacce dimostravano quell’atteggiamento intraprendente che la scuola cercava di inculcarmi. Pensavo che tutti quanti scrivessero frasi in testa descrittive del mondo circostante, e non sapevo che “scrittore” fosse un mestiere. Avevo nove anni e le scarpe blu.

Later those feet would take me up the crater of Mt Vesuvius, between the columns of the Acropolis in Athens and the temples of Angkor Wat, and to the blue edge of a glacier in New Zealand. I have had the good fortune in life to walk and walk and walk. Yet the closest I’ve come to an actual pilgrimage was the Sentiero degli Dei high up on the Amalfi Coast. And the only thing truly spiritual about it – besides the mind-bending views and death-defying path hewn out of the cliff – was the pack of butter cookies I left at the end as on offering on the steps of the San Domenico convent.

In seguito quei piedi mi portarono sul cratere del Vesuvio, tra le colonne dell’Acropoli di Atene e i templi di Angkor Wat, fino all’orlo blu di un ghiacciaio neozelandese. Nella vita ho avuto la fortuna di camminare, e tanto. Ma l’unico percorso che ho mai fatto che assomiglia a un pellegrinaggio è il Sentiero degli Dei, sui monti della costiera amalfitana. E l’unico aspetto davvero spirituale – oltre alle viste strabilianti e il sentiero, scolpito nella roccia, che sfida la morte – fu ineffetti il pacco di biscotti al burro che infine lasciai in dono sui gradini del convento di San Domenico.

Nothing like the pilgrimage of an Italian woman I’ve recently befriended. After once blurting out that if she ever managed to graduate from Bologna University she would walk the Via Francigena to Rome, Daniela is now walking that walk. A pilgrimage in medieval times, the road for her is the fulfilment of an impulsive promise to her young self – and aren’t impulses sometimes the most direct, unfiltered route to the wider universe? In this very moment, Daniela is beginning her 500-km walk of the Via Francigena, from Lucca to Rome, to raise funds for the grounds behind the basilica of Saint Francis in Assisi. To help plant an olive tree in this peaceful spot, make a donation at https://gogetfunding.com/danielas-volunteer-trip/ or visit Daniela’s blog http://aromaapiedi.blogspot.co.nz/ .

Niente a che vedere con il pellegrinaggio di una donna italiana che ho conosciuto di recente. Dopo che le scappò di bocca la promessa che, se mai fosse riuscita a laurearsi all’Università di Bologna, avrebbe percorso la Via Francigena fino a Roma, ora Daniela parla con i fatti…o con i piedi. Un pellegrinnagio nel medioevo, il percorso per lei è il mantenimento di una promessa fatta d’impeto a se stessa anni fa – e non sono a volte gli impulsi la via più diretta, più libera al vasto universo? In questo stesso istante, Daniela sta iniziando un percorso di 500 chilometri a piedi  lungo la Via Francigena, da Lucca a Roma, facendo una raccolta fondi per il Bosco di San Francesco d’Assisi. Per aiutare a piantare un ulivo in questo luogo di pace, puoi donare qua https://gogetfunding.com/danielas-volunteer-trip/ oppure visitare il blog di Daniela http://aromaapiedi.blogspot.co.nz/ .

Why do we walk? To see our world, to meet fellow travellers, to carve out a parenthesis of reflection in the tornado of our lives? Nel mezzo del cammin di nostra vita, Halfway down the road of life, wrote Dante in 1309. And isn’t life itself just like that, a road, a walk? An x to an x with no map and no clear purpose, with a lot of head-scratching and blisters and heartbreak in between, and yet we do it anyway.

Perché camminiamo? Per vedere il mondo, incontrare compagni di viaggio, creare una parentesi per riflettere nel mezzo del tornado della vita? Nel mezzo del cammin di nostra vita, scrisse Dante nel 1309. E non è proprio così la vita, una via, un cammino? Una x fino ad un’altra x senza una mappa e senza uno scopo preciso, con tanto di smarrimento e vesciche e miseria, eppure lo facciamo lo stesso.

Apparently, on the Way of Saint James (or Camino de Santiago) pilgrims greet each other with the word Ultreia, meaning “onward” or “let’s go further,” followed by the reply Sesuia, meaning “let’s go higher.” I like this. And I think that if life is a walk, we should be saying this to each other in everyday life. Not hi or see you later but onwards and upwards, encouraging each other along this rocky, teetering path. Ultreia, sesuia! For it is only on this walk that we might be able to find some gem of truth, maybe hiding in a crack, a leaf, the weeds.
 
A quanto pare, sul Camino de Santiago i pellegrini si salutano con la parola Ultreia, che significa “avanti” o “andiamo oltre,” seguita dalla risposta Sesuia, che significa “andiamo più in alto.” È una cosa che mi piace. E credo che, se la vita è un cammino, dovremmo parlarci così nella vita quotidiana. Non salve o ci vediamo ma avanti e più in alto, incoraggiandoci lungo questa via rocciosa e vacillante. Ultreia, sesuia! Perché è solo lungo questa strada che potremmo trovare qualche gemma di verità, magari nascosta in una crepa, una foglia, tra l’erbaccia.

Wednesday, July 6, 2016

My muse

Amy Winehouse
If you’re wondering, and you’re probably not, why I haven’t written in a while, well, you can blame it on my muse. She came in a tornado of words and then left me wasted. I feel so used.

Se ti stai chiedendo, e probabilmente non è il caso, perché non scrivo da un po’, beh, puoi dare la colpa alla mia musa. È arrivata in un vortice di parole per poi lasciarmi sfinita. Mi sento usata.

According to a Woody Allen film I watched last night, behind the literary ambitions of male writers with small testicles is a beautiful young woman, a real-life muse. To write well, I too need a muse, and although mine is not of the flesh-and-blood kind, she is definitely a woman. Something between a goddess and a diva, an Amy Winehouse of sorts, my muse is fine-boned and no-nonsense, fragile and sexy, an old soul on the verge of a nervous breakdown.

Secondo un film di Woody Allen che ho visto ieri sera, dietro le amibizioni letterarie di scrittori maschi dai testicoli piccoli c’è una bellissima donna giovane, una musa nella vita quotidiana. Pure io per scrivere bene ho bisogno di una musa, e anche se la mia non è una in carne ed ossa, è senz’altro femmina. Un incrocio tra dea e diva, una specie di Amy Winehouse, la mia musa è di lineamenti sottili e modi non negoziabili, è fragile e sexy, un’anima che dopo tante reincarnazioni si trova sull’orlo di una crisi di nervi.

She arrives in a balmy storm, the edge of a Pacific cyclone, and whispers tingling phrases into my ear. As I cook the kids pancakes, she bosses me around until I run to the chalkboard to get it all down. She follows me to the playground or the zoo, and I end up with words tattooed up my arms until I can get home. In the dark on the verge of sleep, my muse creaks open the curtains and breathes into my hair, and the only way to get her to leave is to get up and bathe in the blue light of the computer. It’s all exhilaration and alliteration, music and diamonds; it’s like being in love. A few recent blasts of her have left only the bones of my original manuscript and fleshed it out in her likeness.

Arriva in una tempesta calda, l’orlo di un ciclone nel Pacifico, e sussurra parole che mi vibrano nell’orecchio. Mentre preparo le frittelle ai bambini, lei mi comanda a bacchetta finché non corro alla lavagna per annotare il tutto in gesso. Mi segue fino al parco giochi o allo zoo, e finisco con le braccia tatuate di parole fino al rientro a casa. Al buio nel dormiveglia, la mia musa apre uno spiraglio della tenda e mi sospria nei capelli, e l’unico modo per scacciarla è alzarmi per immergermi nella luce blu del computer. È tutta eccitazione e allitterazione, musica e diamanti, è come essere innamorati. Sono bastate poche di tali raffiche recenti perché lei lasciasse soltanto le ossa del mio manoscritto originale e lo rimpolpasse nella sua immagine.

Her abrupt departure leaves my hair tied in knots, my eye make up smudged, the sky flat. She is to blame for my subsequent migraines, low blood pressure and iron deficiency. And I’m counting the days till I can see her again.

La sua partenza improvvisa mi lascia con i capelli annodati, il trucco intorno agli occhi sbavato, il cielo appiattito. Do la colpa a lei per le mie successive emicranie, pressione bassa e carenza di ferro. E sto contando i giorni che mancano al suo ritorno.