Saturday, November 29, 2014

My free time


What do I do in my free time? What is this so-called free time, anyway? Does a five-minute shower count? Surely not the last one I had, where little butter-smeared hands were attempting to pull open the shower door, accompanied by ear-splitting screeching, so that I had to finish soaping up with one hand. Not exactly freeing.

Cosa faccio nel mio tempo libero? Ma cos’é poi questo cosidetto ‘tempo libero’? Vale una doccia di cinque minuti? Sicuramente non l’ultima doccia che ho fatto, durante la quale manine spalmate di burro tentavano di aprire la porta della doccia, accompagnate da strilli assordanti, cosicché ho dovuto finire di insaponarmi con una sola mano. Cosa non esattamente liberatoria.

No, my real free time is at night. The kids are in bed, the dishes are done, and I sit down with a nice cup of low-caffeine Chinese white tea. Aaah. Then I start work.

No, il mio vero tempo libero è la notte. I bambini sono a letto, i piatti sono stati lavati, e mi siedo con una bella tazza di tè bianco cinese con bassi livelli di caffeina. Poi mi metto al lavoro.

Copyediting. Right now it’s an academic manuscript on sixteenth-century Chinese Buddhism – 450 pages of linguistic puzzles, and 4 more cups of tea until 1:30 in the morning, or until my brain hurts. Thirty hours a week of adrenal fatigue, with a wheat pack on my sciatic nerve, at something like twenty dollars an hour. New Zealand dollars.

Le revisioni. Al momento è un libro inedito sul buddismo cinese settecentesco – 450 pagine di enigmi linguistici, e anora 4 tazze di tè fino all’una e mezza di mattina, o finché non mi fa male il cervello. Trenta ore settimanali di esaurimento surrenale, con una borsa da microonde in pula di grano sul nervo sciatico, a un tasso orario di circa venti dollari. Neozelandesi.

Sometimes I think, Why in the hell I am doing this? It’s surely not good for my skin. If it weren’t for the goji berries I put in my tea, I’d have needed glasses by page 142. And this is my free time. I could be having a glass of wine – if I drank wine – with another worn-out mom, tightening my gluts speed walking around my neighborhood, trying to finish Out of Africa before it’s due back at the library. Or, genius idea, sleeping.
 
A volte penso, Ma chi me lo fa fare? Non fa certo bene alla pelle. Se non fosse per le bacche goji che metto nel mio tè, avrei dovuto portare gli occhiali già da pagina 142. E questo è il mio tempo libero. Potrei invece prendere un bicchiere di vino – se bevessi il vino – con un’altra mamma esaurita, rassodare i glutei facendo fitwalking per il vicinato, cercare di finire di leggere La mia Africa prima di doverlo restituire in biblioteca. Oppure, idea geniale, dormire.

So why do I work in my free time? I think I know the answer now and it really is rather sick: I like it.

Allora per quale ragione lavoro nel mio tempo libero? Credo ora di sapere la risposta ed è davvero roba da malato mentale: mi piace.

Friday, November 14, 2014

Sneak peek page 47: a passage from my manuscript


A detail of one of my paintings
That kiss, that kiss. Was this what tasting the forbidden fruit was like? Only one last moment of hesitation, and then the immediate reward for throwing your better judgment to the wind: an explosion of god almighty on your tongue and a surge of the most perfect, unstoppable pleasure, so much so that you can’t distinguish the juice of the fruit running down your chin from the saliva from your own mouth, nor do you care – it’s all one.
 
Quel bacio, quel bacio. Fu forse così il primo assaggio del frutto proibito? Solo un’ultimo momento di esitazione, e poi l’immediata ricompensa per aver buttato all’aria il tuo buon senso: un’esplosione di onnipotenza divina sulla lingua e un’ondata di piacere perfetto, inarrestabile, fino al punto che non riesci a distinguere il succo del frutto che ti cola sul mento dalla saliva che proviene dalla tua stessa bocca, né te ne importa – è un tutt’uno.
 
I didn’t know much about Bible stories, but it did seem to me that there was something in that kiss that was so good it had to be illegal. And now that I’d tasted it, now that I knew, there was no going back. I couldn’t undo what I’d done, I couldn’t unknow what I now knew. And yet I didn’t even vaguely want to go back. I was only shocked, incensed even. How had this been hidden from me my entire life?

Non sapevo granché delle storie bibliche, ma mi pareva che ci fosse qualcosa in quel bacio di così piacevole che doveva essere illegale. E adesso che l’avevo assaggiato, adesso che sapevo, non poteva più tornare indietro. Non potevo annullare ciò che avevo fatto, non potevo sconoscere ciò che ora conoscevo. Eppure non volevo minimamente tornare indietro. Mi sentivo soltanto scioccata, perfino indignata. Come era possibile che un tale segreto mi fosse stato nascosto per tutta la vita?

I replayed our kissing over and over in my mind. Unlike with a cassette tape, there was no wearing or warping: the more I played it, the more it deepened in detail and emotion. By reliving it, I could slow it down and thus savor its many little components, some of which I’d very nearly missed the first time around: those impossibly thick eyelashes, the saltiness of his neck, his broad hand practically spanning the back of my head as he pulled me in. That kiss was something that deserved to be relived. I mean, I had gone twenty-three years without it and then suddenly all I got was half an hour.
 
Facevo continuamente nella mia mente il replay di quel bacio. A differenza di una cassetta, il ricordo non si consumava ne si distorceva: più rivisitavo quel bacio e più si arricchiva di dettagli e di emozione. Rivivendolo, riuscivo a rallentarlo e quindi assoporarlo nei suoi più piccoli componenti, alcuni dei quali mi ero quasi persa la prima volta – quelle ciglia inconcepibilmente spesse, la salinità del suo collo, la sua mano grossa che per poco non avviluppava la mia testa mentre lui mi tirava a sé. Quel bacio era qualcosa che meritava di essere rivissuto. Voglio dire, ne ero stata privata per ventitre anni e poi all’improvviso mi fu concesso soltanto mezz’ora.

Tuesday, November 4, 2014

Macaronic English Part 2


My six-year-old always says, “Don’t laugh at me!” I swear I’m not. It’s just that my little half-Irish, half-American, 100% Italian little man says things in English that are just so painfully adorable.

Mio figlio di sei anni dice, “Non ridere alle mie spalle!” Lo giuro che non lo faccio. È soltanto che il mio ometto mezzo irlandese, mezzo americano, ma italiano al cento per cento dice delle cose in inglese che sono così belle da far morire.

Here are a few more examples of his recent Italianisms and Macaronic grammar:

Ecco alcuni esempi più recenti dei suoi italianismi e della sua grammatica maccheronica.
 
“Open the water.” Apri l’acqua. = Turn on the water.

“I don’t want to lose time.” Non voglio perdere tempo. = I don’t want to waste time.

“I can’t feel the music.” Non sento la musica. = I can’t hear the music. (sentire = feel / hear / smell)

“They’re in the house new.” Stanno nella casa nuova. = They’re in the new house.

“I won’t take much.” Non ci metto molto. = I won’t take too long.

“Never show your bum at a girl.” Mai mostrare il sedere a una ragazza. = Never show your bum/butt to a girl.

“My finger hurts!” Mi fa male il dito (del piede)! = My toe hurts!

“Let’s go home straightly.” Andiamo a casa direttamente. = Let’s go straight home.

Sometimes my son asks if he can go to an Italian school. I tell him we live in New Zealand. Sometimes he feels sorry for his classmates that they don’t know how to speak Italian. I tell him they’ll have to fork out lots of money to study it in adult language classes when they’re older. Sometimes he’s in awe of how well I speak Italian, but admits that my English is not so bad either. I thank him and tell him I’m an English teacher.

A volte mio figlio chiede di poter frequentare una scuola italiana. Gli rispondo che viviamo in Nuova Zelanda. A volte gli fanno pena i compagni di classe perché non sanno parlare in italiano. Gli rispondo che dovranno sborsare molti soldi da grandi per studiarlo privatamente. A volte si meraviglia di come parlo bene l’italiano, ma concede che il mio inglese non è male neppure. Lo ringrazio e gli dico che sono insegnante di inglese.
 
 
Lunch is served