Saturday, November 26, 2011

I primi sei capitoli del mio manoscritto compressi in un raccontino piccino piccino (Italian-English)

Era solo un caffè a casa sua. Niente di fuori dal normale. Come il thè alla mela in Turchia, a Napoli il caffè si sorseggiava tutto il giorno. E poi io lo avevo incontrato solo due volte.

La prima volta era stata a una delle nostre feste universitarie. Bruno, un nome pesante e antico come un sasso. Non afferrai il nome lungo e poco memorabile del suo paese collinare nell’Avellinese. Lui invece pronunciò il mio nome con una precisione che tradì il fatto che si era già esercitato nel dirlo. E chissà come sapeva che neppure io ero di Napoli, un fatto che io stessa spesso dimenticavo. Con la camicia ben infilata nei pantaloni, Bruno non assomigliava per niente ai miei compagni dell’Orientale, i quali nascondevano le proprie origini privilegiate dietro treccine rasta e giacche scamosciate a brandelli. Se ne stava là senza parole, un punto immobile al centro del vortice della festa, uno sconosciuto in attesa della mia approvazione. Io lo osservavo allo stesso modo in cui vedevo l’amore, come un enigma linguistico. Mi regalò una cassetta mista prima di infilare le mani tremanti in tasca e avviarsi verso casa.

Ma dove era poi casa sua? Ero disorientata, nonostante mi trovassi ancora all’interno del mio quartiere di adozione, i Quartieri Spagnoli. Non osavo alzare lo sguardo dall’acciottalato di pietra lavica, basoli scivolosi ma sfregiati che mi ricordavano sempre delle grosse caramelle succhiate. Non volevo lasciar vedere a quelli del posto – i pescivendoli, i venditori di sigarette di contrabbando – che mi ero persa. Proprio come voleva quella simmetria reticolare dei vicoletti, l’antica caserma spagnola era riuscita a confondermi.

Voltai a sinistra e sotto un balcone mi appoggiai contro un manifesto scrostato. Feci un respiro profondo, un misto familiare di smog e di polipo fresco, e spiegai ancora una volta il pezzetto di carta con dentro la sua grafia inaspettatamente eccentrica.

Via De Deo, 33. Franceschi.

Bruno Franceschi. La seconda volta che lo incontrai, lo scirocco era già arrivato in città – senza preavviso, direzione o rumore. Spingendosi fitto e caldo giù per gli stretti condotti dei Quartieri, si stringeva quasi con indecenza contro qualunque cosa incontrasse. Mentre cenavamo all’aperto sulla terrazza di alcuni amici, il vento ci avvolgeva in un caldo abbraccio senza affetto. Bruno era seduto di fronte, separato da me solo da qualche bicchiere di vino e un piatto di bucatini. Seppi che studiava geologia. Quella iniezione di concretezza mi fece momentaneamente dubitare la saggezza di seguire corsi così inafferrabili come il sanscrito, il bulgaro, la glottologia, la semiologia. Qualcuno gli domandò del Vesuvio, e lui rispose che era uno dei vulcani più imprevedibili del pianeta. Anche il vento per un attimo si arrestò mentre tutti guardavamo aldilà della baia verso quell’ombra cinese sullo sfondo di un cielo notturno stranamente elettrificato, come se solo in quel momento ci fossimo resi conto della bellezza e della potenza del vulcano. Mi voltai verso Bruno e fui colpita dalla stessa epifania. Lui tirò fuori una Malboro. “Sono Light,” mi disse come per giustificarsi. Poi il vento sahariano aprì la sua camicia. Mi giunse il profumo silvestre della sua colonia insieme a un’occhiata rubata di un pendente: un sole d’argento? Subito distolsi lo sguardo, come colta in un atto di trasgressione, anche se era stata l’anarchia dello scirocco a commetterlo.

“Uè, stuzzicadenti!” sbraitò una ragazzina in mezzo alla strada, risvegliandomi dai pensieri. Com’era frustrante dare sempre così nell’occhio quando il mio cuore era chiaramente napoletano. E poi il subbuglio dello scirocco tendeva a livellare tutte quelle banali differenze. Dal rifugio del balcone, scorsi la placca stradale: Via De Deo. Sorrisi di sollievo. Potevo sempre contare su di Napoli, alla fine.

Mentre salivo il ripido vicolo sotto una ragnatela di panni stesi, i muscoli delle cosce mi si contrassero. Ero accompagnata dal ronzio di Vespe e da donne che trascinavano buste della spesa e bambini svogliati. Venticinque. Ventinove. Il cuore mi martellava nel petto, ma poteva pure essere colpa della pendenza.

Sotto al grosso cancello di ferro al numero trentatre, mi fermai, fissando il pulsante col cognome Franceschi. Era solo un caffè, ma mi sembrava di stare sull’orlo di un abisso. Sentivo lo scirocco che solcava le sue dita carnose tra i miei capelli mentre lentamente pascolava l’estate su dall’Africa. In quella promessa di calore c’era una sete che non aveva nome, una vaga consapevolezza di suprema impotenza a cui non potevo – o forse non volevo – resistere.

Suonai il citofono.

“Ultimo piano,” arrivò una voce profonda. Il cancello si aprì e varcai la soglia.

Racconto scritto per partecipare a un'iniziativa della Lavazza. Revisione di Carolina di http://theitaliangirlfriend.blogspot.com/. Per la versione inglese vedi l'articolo precedente (NB: quella inglese e' scritta in terza persona).

This is a story written to enter into a Lavazza competition. Editing by Carolina from http://theitaliangirlfriend.blogspot.com/. For the English version, see previous post (please note, however, that the English story is in the third person).

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